San Martin castagne e vin festa cristiana

22 Nov 2018Tradizioni0 commenti

Altra tradizione che lentamente muore. San Martin è a Piove di Sacco un’antica fiera, diventata oggi -per i giovani- la sagra. Solo per chi è nato circa settant’anni fa, è ancora la fiera del bestiame o del pollame. Un evento annuale, che chiude la stagione delle sagre e delle fiere, fino alla primavera successiva.

Cos’è una tradizione

I nostri giorni sono un tessuto di trame esistenziali, un ordito di parentele, di amicizie, di amori, di relazioni e vincoli nati dal lavoro e da tanti impegni.

Mille minute consuetudini, ritualità collettive e abitudini personali, danno colore al tempo, e fanno di questa lunga pezza che si dipana tra origine e futuro, la tradizione.

Parola sciupata, brancicata da tanti strumentalizzatori. Proposta addirittura come sinonimo di cultura pietrificata.

Ma la tradizione altro non è che la condivisione di senso esistenziale tra le generazioni che si succedono: una memoria vitale, un gesto ritrovato, una piccola solidarietà domestica capace di travalicare i secoli.

Questo fa sì che la pezza continui a srotolarsi senza strappi: nelle famiglie e nelle comunità più larghe. Un insensato accanimento, o una colpevole indifferenza, possono bucare il tessuto, e tutta una cultura rischia di scomparire.

In quegli strappi precipitano valori, usanze, stili di vita, lasciando spoglia l’anima dei confortevoli riferimenti al costume. Nel gelo razionale insorgono malattie sociali, dilagano angosce private, mentre gli spacciatori di illusioni tutte terrene, appestano i corpi di intere generazioni, orfane della continuità.

Ogni modesto indulgere su frammenti di tradizioni remote o su altre vive e piene, può aiutare a comprendere quanto sia importante conoscere il senso e la storia di certe manifestazioni… prima di abbandonarle.

È l’impegno d’una rubrica, che comincia a sciorinare i suoi contenuti nel nome di San Martino, così radicato nelle culture locali d’Europa.
Infiniti villaggi, paesi e parrocchie si intitolano al santo soldato che sedici secoli fa si fece diffusore del cristianesimo nelle campagne.
La sua immagine è legata al gesto del donare.
Quel mezzo mantello tagliato dalla spada e offerto al povero, è più, che una metafora di carità.
E ci piace ricordare come ancora oggi i bimbi veneziani, dono delle generazioni, nel giorno della sua festa attendano in casa il regalo ghiotto di un cavaliere modellato da mani amorose o acquistato in pasticceria, luccicante di perline d’argento, altrettanto commestibili.

Veneto della tradizione

È l’impegno d’una rubrica, che comincia a sciorinare i suoi contenuti nel nome di San Martino, San Martin, così radicato nelle culture locali d’Europa.

Infiniti villaggi, paesi e parrocchie si intitolano al santo soldato che sedici secoli fa si fece diffusore del cristianesimo nelle campagne.

La sua immagine è legata al gesto del donare.

Quel mezzo mantello tagliato dalla spada e offerto al povero, è più, che una metafora di carità.

E ci piace ricordare come ancora oggi i bimbi veneziani, dono delle generazioni, nel giorno della sua festa attendano in casa il regalo ghiotto di un cavaliere modellato da mani amorose o acquistato in pasticceria, luccicante di perline d’argento, altrettanto commestibili.

San Martin, il dolce

Un profumo lieve di mele cotogne o pan pepato si leva dalla dolce statuina, nello splendore effimero della brevissima estate di San Martino, offerta dal cielo prima del lungo inverno.

Uno scenario dove tutto serve a far memoria di come il mondo si regga sul dono.

L’usanza voleva un tempo che i bambini poveri della città passassero di casa in casa a ‘chiamare’ il Santo: “San Martin ne manda quà, per ciamàr la carità…”.

Mentre per gli adulti, un poco ovunque, la solennità del Santo è occasione di convivialità domestiche, di ripudi amicali: San Martin, castagne e vin!

…e i cambiamenti

Scrivono gli eruditi che la celebrazione cristiana si è sovrapposta a più antiche cerimonie bacchiche: la festa detta Brumalia dai Romani, a sua volta mutuata dalla greca Pitegia, che vuol dire ‘apertura della botte’, entrambe fissate per l’11 di novembre, per noi tra l’altro, giorno di chiusura dell’annata agraria.

Di rinvio in rinvio, nei secoli, i festanti finiscono per scoprire che nel rito dei gòti di bianco o di nero buttati giù in allegria, rinsaldano valori immemorabili: l’amicizia, l’affetto, la solidarietà.

Beni preziosi sempre, celati nella modesta simbologia del bere insieme il vino novello.

Che sciocchezza dimenticarsene, magari in nome della modernità.

Questo scriveva Ulderico Bernardi nel gennaio del 1990, nella nostra amata rivista. Oggi, a ormai trent’anni di distanza, è penoso dover aggiungere che i nostri figli non solo ignorano questa tradizione (per colpa nostra, evidentemente), ma che sono arrivati a sostituirla con quella televisiva di origine americana, con le zucche e gli altri banali orpelli. Della quale volutamente, omettiamo il nome.

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