Proverbi veneti

26 Nov 2018Tradizioni0 commenti

Conosco mia madre da cinquant’anni, e ancora, in determinate situazioni, riesce a sfoderare un proverbio che non le avevo mai sentito dire prima. Quasi che, per ogni situazione possibile che la realtà possa mettere in scena, esista il proverbio adeguato.

Questo in realtà non stupisce molto. In secoli di vita sociale e contadina, il genere umano ha avuto tutto il tempo per osservare e commentare -a modo suo- le tipicità di uomini e donne, nel loro vivere quotidiano. Così, si dice che i proverbi siano la Saggezza Popolare. A stupirmi, in verità, era sentire proverbi veneti sempre nuovi -per me- dalla bocca di una persona che conoscevo da mezzo secolo.

“Se no’à ghe xè de fàto, a ghe xè de tràto”, riferendosi a qualche ragazza che, se proprio non era di malaffare nella sostanza, lo era comunque nell’apparenza.

“Col minestro che ‘sè imminestra, se resta imminestrà”. Intraducibile in modo compiuto. Diciamo, una specie di “chi di penna ferisce, di penna perisce”.

“Sàco vòdo no’l stà in piè”, quando voleva farci mangiare.

Questi sono solo i primi che vengono in mente. Forse, perchè sono quelli sentiti più di una volta.

Eravamo piccoli, quando nella libreria di casa era presente un volume che ora abbiamo davanti agli occhi:

Proverbi Veneti, di G. A. Cibotto, edito da Aldo Martello, nel 1969. Ci siamo emozionati, a suo tempo, quando scoprimmo che l’autore di quel vecchio libro in carta ruvida e dai bordi irregolari, era stato -anni dopo- il direttore della rivista. Ci troviamo allora, a citare Cibotto, prendendolo anche da una fonte diversa dalla consueta. 

Proverbi Veneti

La prima raccolta di proverbi veneti di cui si abbia notizia, risale ai primi anni del XVI° secolo. Apparvero le famose ‘Dieci Tavole‘; dieci larghi fogli stampati sicuramente dopo il 1509, perchè vi è ricordata la Lega di Cambrai. Contenevano circa 150 proverbi, detti, frasi, modi di dire. Quasi tutti in lingua veneziana.
A questi sono mescolati vari proverbi toscani, lombardi e napoletani. Più alcuni altri di estrazione greca, spagnola, e francese. Insomma, una sorta di zibaldoneRaccolta in grande quantità, di appunti. linguistico, che offre un’immagine abbastanza felice della Venezia cinquecentesca. Composta di gente d’ogni paese, richiamata in laguna dagli intensi traffici commerciali, dalle arti, e dalla gioia di vivere che traboccava nelle manifestazioni di costume.

Le dieci tavole incontrarono i favori del pubblico, e vennero spesso ristampate. Ne seguirono altre, integrando il nucleo primitivo, in un crescendo che raggiunse forse la massima espansione nel ‘700. Arrivare a una sistemazione organica della materia, significò attendere l’800, contrassegnato da un generale risveglio degli studi.

Cristoforo Pasqualigo servendosi della collaborazione di Pietro Pagello per il Cadore, di Francesco Bocchi per il Polesine, di Attilio Riva per Verona, Don Andrea Caparozzo per il vicentino, Giuseppe Bernoni per Venezia, e Ferdinando Coletti per il padovano; ma soprattutto del Dizionario inedito de’ proverbi vicentini dell’Alverà, ricco di oltre 2.000 proverbi… riuscì a compilare una poderosa raccolta di quasi cinquemila voci.

Purtroppo, nel suo entusiasmo di dilettante appassionato, il Pasqualigo finì per seguire pedissequamente lo schema del Giusti.

A più validi risultati sarebbe forse arrivato Emilio Lovarini, che pensò di revisionare il materiale messo insieme dal Pasqualigo, aggiungendovi altre voci raccolte, da antichi testi e dalla tradizione orale.

Impresa incompiuta. Vuoi per la natura incostante dello studioso; vuoi, forse, per la mancanza di tempo che sempre lo afflisse. Con il Lovarini il thesaurus veneto avrebbe ricevuto il controllo di una serietà vigilante. Sottratto alle concessioni dei vari ricercatori succeduti nell’ultimo mezzo secolo [al 1969. N.d.R.]. Animati da un amore ingenuo del colore locale, ma che toglieva loro significato e validità.

Proporre nomi e citare titoli, sarebbe fatica inutile. Qualche lustro addietro, ogni angolo della regione veneta poteva vantare il proprio erudito, intento a scandagliare il repertorio delle memorie paesane.

Per tutti basterà ricordare Pio Mazzucchi di Castelguglielmo, il quale spese una vita a scoprire documenti, rintracciare motivi e leggende, fiorite in terra polesana.

Con la guerra, l’interesse verso il repertorio dei proverbi veneti, ha subìto un passo d’arresto. Tanto che apparvero invece saggi e divagazioni, sulla decadenza di un sentenziare caro all’anima del popolo.

Quale destino per i proverbi?

Indubbiamente, che i proverbi stiano attraversando un momento difficile, è impossibile negare. Ma per un equivoco. Un moto di reazione che affonda le sue radici nella convinzione errata che si tratti di un genere legato a una stagione morale e sentimentale, completamente superata.

Invece, se è vero che per i problemi dello spirito bisogna ricorrere ad altri insegnamenti, per il vivere quotidiano fatto di tante piccole cose, la saggezza spicciola dei proverbi veneti può ancora essere utile.

La lezione che scaturisce dalla loro aria bonaria e familiare, si risolve in un invito costante allo scetticismo, alla tolleranza, al lasciar correre.

Insomma, a rileggerli con calma, magari dopo aver superato la fase iniziale del preconcetto, si scopre che i proverbi veneti sono molto più liberi e vivaci di quanto non li dipinga una stanca consuetudine provinciale.

Natura dei proverbi

Essi non intendono limitare la nostra libertà di sbagliare da soli, senza prestare ascolto ai consigli degli altri. Perché maturati all’insegna della spregiudicatezza. Pieni di incongruenze e contraddizioni, rivelano subito che sono nati più per il gusto della battuta, che non per servire a qualcosa.

Del resto, nei Veneti è conosciuta la naturale disposizione al veder amaro, al gioco introspettivo, e la vivace arguzia che anima la loro parlata di inquieti e balenanti umori. Portandoli molte volte a rasentare il margine di una serena follia.

Incongruenze nei proverbi

Sollecitando i testi è possibile dimostrare che i proverbi si smentiscono ed elidono, da soli. Da provincia a provincia. Consigliano prima il coraggio, poi la prudenza. Oppure l’onestà delle nonne prima, un’elastica aderenza ai tempi nuovi, poi.

Il dissenso fra i vari proverbi veneti, non investe questioni di costume locale o tradizioni arrivate alla soglia dell’abbandono; ma piuttosto investe questioni di fondo. L’amore. La rettitudine in affari. Il rispetto della libertà altrui. Questioni che fin dall’antichità hanno tolto il sonno ai filosofi.

Ci sono poi gli inviti, a seguire le vie del bene, come a lasciar dormire la coscienza. Quasi si trattasse degli insegnamenti più pacifici del mondo. Due facce della stessa medaglia.

Tali incongruenze non sono riscontrabili solo nei testi più recenti, editi nel ‘900 viziato da un’inguaribile mancanza di fede in qualcosa. Nemmeno in quelli dell’800, scosso dall’ondata romantica.

Perfino nei remoti proverbi cinquecenteschi è avvertibile la cadenza leggera, il tono ammonitore ma mai serioso della tradizione veneta, solita a consigliare ed eventualmente a riprendere. Senza mai assumere un tono risentito.

La ragione di questa amabilità è complessa. Ma se invece di fare tante ipotesi, ci si affida all’intuizione, se ne può concludere che i veneti, questi inglesi trapiantati tra le Alpi e il Pò, possiedono una virtù magica, che gli altri italiani -appassionati e sentimentali- non potranno mai avere: un filone consistente di humour.

Origine nella malinconia

I proverbi nascono fatalmente da una specie di distacco, di addio nostalgico alla vita. Addio curioso e particolare, che si rovescia, per una sorta di contrappunto amaro, talora in giudizio negativo e slontanante, talaltra in sorriso garbato e ironico.

Un estro e un gusto fini a se stessi, che proprio per questa loro mancata partecipazione al valore delle massime in questione, lasciano intuire il senso d’una scontata inutilità. Un’amara consapevolezza.

“I nostri vèci i se gà magnà i caponi e i ne gà assà i proverbi.”

I proverbi veneti servono in sostanza a mostrare il volto autentico che ogni gente nasconde dietro la maschera della convenzione.

A guardare nell’anima di un paese e dei protagonisti che lo animano quotidianamente. Fino a trasformarlo in scena vibrante e vivente.

Donne, Amore, Matrimonio

 

Amore de màre, amore de mato

(amore di madre, amore di un pazzo)

 

Amare e no vegner amà, xe come forbirse ‘l cul sensa aver cagà

(amare e non essere corrisposti, è come pulirsi il culo senza aver cagato)

 

I fiòi vien dal cuore, el marìo daea porta

(i figli vengono dal cuore, il marito dalla porta)

 

Un pàre mantien sete fiòi, e sete fiòi no i xe boni a mantegnere un pàre

(un padre mantiene sette figli, e sette figli non riescono a mantenere un padre)

 

Amor non porta rispetto a nessun

(l’amore non porta rispetto a nessuno)

 

Grande amor, grande dolor

 

L’amore non ciàpa ruzene

(l’amore non fa la ruggine)

 

Ea lontananza a xe fiòea de a desmenteganza

(la lontananza è figlia della dimenticanza)

 

Omo studioso, magro moroso

(uomo studioso, scarso amante)

 

Paea compagnia, se marìda anca un frate

(per la compagnia, si sposa anche un frate)

 

Amor sensa barùfa, el fà a mufa

(amore senza litigio, ammuffisce)

 

Fa ea corte ae vècie, se te voi piazerghe ae zovani

(fai la corte alle vecchie se vuoi piacere alle giovani)

 

El moroso ga da vere quatro S: soeo, savio, soecito, e segreto

(l’amante deve avere quattro esse: solo, saggio, sollecito, segreto)

 

Amor e signorìa no i voe compagnia

(amore e signorilità, non vogliono compagnia)

 

L’amore no fa boiere a pignata

(l’amore non fa bollire la pentola)

 

E femene e ‘e vache bone, non e va mai fora dal paese

(donne e vacche buone, non escono mai dal paese)

 

Tre nebie fa na piova, tre piove na brentana, e tre festini na putana

(tre nebbie fanno una pioggia, tre piogge un fiume in piena, e tre festini una cortigiana)

 

Putea sempre in strada, perde a strada

(bambina sempre in strada, perde la strada)

 

L’amor, non xe fato soeo de amor

(l’amore non è fatto solo di amore)

 

L’amor non xe amor, se nol se desgusta sete volte

(l’amore non è tale, se non si disgusta sette volte)

 

Chi se toe pa amor, par rabia se assa

(chi si accoppia per amore, per rabbia si separa)

 

No ghè carne in becarìa, che gato o can no trassina via

(non esiste carne in macelleria, che gatto o cane non possa trascinare via)

 

Dove che xe tòse inamoràe, xe inutie tegner e porte saràe

(dove ci sono ragazze innamorate, è inutile tenere porte sbarrate)

 

Xe più diffissie fare a guardia a na femena che a un saco de pulzi

(è più difficile fare la guardia a una donna che a un sacco di pulci)

 

Se tuti bechi portasse un lampiòn, che illuminassiòn

(se tutti i cornuti portassero un lampione, che illuminazione!)

 

Chi se marida e nol sa l’uso, el fa e gambe fiape e longo el muso

(chi si sposa e non ne conosce l’uso, fa le gambe flaccide e il muso lungo)

 

Chi se marida in freta, el pena adàio

(chi si sposa velocemente, pena lentamente)

 

Dona sapiente no a vaea gnente

(donna sapiente non vale niente)

 

Fumo e dona cativa, i fa scampare l’omo da casa

(fumo e donna cattiva, fanno scappare l’uomo da casa)

 

E done no gà scarsèa

(le donne non hanno tasche)

 

Signor, fa che no sia beco
se ghe so, fa che no’o sapia
se o sò, fa che no ghe bada

(signore, fa che io non sia cornuto. Se lo sono, fai che non lo sappia. Se lo so, fà che non ci badi)

 

Amor pa’a moiere morta, el dura fin aea porta

(l’amore per la moglie morta, dura fino alla porta)

 

E done e xe sante in ciesa
angei in strada
diavoi in casa
sivète aea finestra
gàze aea porta

(le donne sono sante in chiesa; angeli in strada; diavoli in casa; civette alla finestra; ladre alla porta)

 

Ea dona va sogeta a quatro maeatie l’ano
ognuna dura tre mesi

(la donna è soggetta a quattro malattie l’anno. Ognuna dura tre mesi)

 

Ogni femena xe casta,
se no ea gà chi che a corteja

(ogni donna è casta, se non ha chi la corteggi)

 

Ea dona xe come ea baeansa,
a pende daea parte che più a riceve

(la donna è come la bilancia. Pende dalla parte che più riceve)

 

Amore tosse e pansa
no i se poe scondare

(amore, tosse, e pancia, non si possono nascondere)

 

Se ocio no mira
core no sospira

(se occhio non vede, cuore non sospira)

 

Tuti quanti sémo mati
pà chel buso che semo nati

(tutti quanti siamo matti, per quel buco da cui siamo nati)

 

Par la dona in convulsiòn, ghe vol el baston

(per la donna in convulsione, ci vuole il bastone)

 

A’ pianta che ga massa fruti, no li matura tuti

(la pianta con troppi frutti, non li matura tutti)

 

I leamàri vissin ae stàe,
e fioe da maridare lontan da so mare

(i letamai meglio vicini alle stalle. Le figlie da maritare meglio lontane dalla madre)

 

Co’ a torta a xe spartìa, in te un lampo a xe sparìa

(quando la torta è stata tagliata, in un attimo è sparita)

 

Al lume de candéa no sse giudica ne femena ne tèa

(al lume di candela, non si valuta ne donna ne tessuto)

 

El segreto de’e femene no lo sa nessuno,
a parte mì, tì, e tuto el comune

(il segreto delle femmine, non lo sa nessuno. A parte, me, te, e tutto il paese)

 

E femene, cò e se confessa, e dixe sempre queo che non e ga fato

(quando le donne si confessano, dicono sempre quello che non hanno fatto)

 

Pa maridarse, ze necessario pensarghe tanto de sòra,
e no decidare mai

(per sposarsi, è necessario pensarci molto. E non decidere mai)

 

L’amore fa passare el tempo,
e’l tempo fa passare l’amor

(l’amore fa passare il tempo. E il tempo fa passare l’amore)

 

Cò quee bee cresse i corni

(con quelle belle, crescono le corna)

 

No ghe xe femena pì stissosa de quea che resta tòsa

(non c’è donna più fastidiosa di quella che rimane bambina)

 

Se te piàse a fioea, coltiva sò màre

(se ti piace la figlia, coltiva la madre)

 

Pitosto che darghe na matrigna a to fioi, fàte frate

(piuttosto che dare una matrigna ai tuoi figli, fatti frate)

Tavola Cibo e Vino

 

‘a cuzina magna ‘a cantina

(la cucina mangia la cantina)

 

A toea no se deventa veci

(a tavola non si diventa vecchi)

 

Bisogna menare el dente conforme a come uno se sente

(bisogna muovere il dente in base a come uno si sente)

 

Chi no ga fame, o l’è maeà o l’ha za magnà

(chi non ha fame, o è malato, o ha già mangiato)

 

Ea boca porta e gambe

(la bocca porta le gambe)

 

Corpo pièn, anema cosoeà

(corpo pieno, anima crogiolata)

 

Un pasto magro e uno bòn, mantièn l’omo in tòn

(un pasto magro e uno buono, mantiene l’uomo in tono)

 

Dio te varda, da uno che magna ma nol beve

(Dio ti guardi, da uno che mangia ma non beve)

 

Chi magna presto magna poco

(chi mangia presto, mangia poco)

 

Chi che va in leto sensa sena, tuta a note se ramèna

(chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena)

 

Bisogna cavàrse da’a toea cò fame

(bisogna alzarsi da tavola con ancora un pò di fame)

 

A mejo carne xe quea tacà l’osso

(la carne migliore è quella vicino all’osso)

 

El vin de fiasco, aea serà ‘l xe bò, aea matina xe guasto

(il vino di fiasco, alla sera è buono, al mattino è guasto)

 

Fato ben o mae, dopo el contrato se beve un bocàe

(che sia fatto bene o male, dopo un contratto si beve un boccale)

 

Cò’ uno xe imbriàgo, tuti voe daghe da bevare

(quando uno è ubriaco, tutti gli offrirebbero da bere)

 

A magnare un spìo de ajo se spussa come magnaghene na rèsta

(mangiando un solo spicchio d’aglio, si puzza come averne mangiato uno intero)

 

Anca el pan pì bòn, a lungo andar el stufa

(anche il pane più buono, a lungo andare stanca)

 

El vin l’è’l late dei vèci

(il vino è il latte dei vecchi)

 

L’ultimo gòto xe queo che imbriaga

(l’ultimo bicchiere è quello che ubriaca)

 

El manzo, corto, grosso, e lontan dall’osso

(il manzo, dev’esser corto, grosso, e lontano dall’osso)

 

A trincar sensa misura, tanto tempo no se dura

(a bere senza misura, tanto tempo non si dura)

 

El pevare xe picoeo ma’l pissega

(il pepe è piccolo, ma pizzica)

 

Chi che xe vissìn aea cusina, el magna par prima

(chi è vicino alla cucina, mangia prima)

 

Tenca in camiza, lussio in peiza

(tinca in camicia, luccio in pelliccia)

 

Cò’ in novembre el vin no xe pì’n tel mosto, ‘a tachina xe pronta pal rosto

(quando in novembre il vino non è più nel mosto, il tacchino è pronto per l’arrosto)

 

Poenta nova e osei de riva, vin da caneva e zente viva.

(polenta nuova e uccelli di riva, vino di cantina e gente viva)

 

Pan, sopressa e compagnia, su pal bosco fa alegria

(pane soppressa e compagnia, dentro al bosco fanno allegria)

 

Cò’ a Bassan xe primavera, se verze ‘a cà e a sparezàra

(quando a Bassano è primavera, si aprono la casa e il campo d’asparagi)

 

El capòn xe sempre in stagiòn

(il cappone è sempre in stagione)

 

El vin de casa no imbriaga

(il vino di casa non ubriaca)

 

Ea bote piena no fà rumore

(la botte piena non fa rumore)

Animali

 

E bestie se trata da bestie

(le bestie di trattano da bestie)

 

Cavaeo che vàrda indrìo, ga poca voja de ‘ndare vanti

(il cavallo che guarda indietro, ha posa voglia di andare avanti)

 

I peoci xe dei umani, e pulzi de i cani

(i pidocchi sono degli uomini, le pulci sono dei cani)

 

Cavaeo vecio e servidor cojon, no ingana el paròn

(cavallo vecchio e servitore coglione, non ingannano il padrone)

 

Tanto magna un musso, che un bòn cavaeo

(tanto mangia un mulo, che un buon cavallo)

 

Cavaeo che sùa, femana che pianze, omo che jura, no stà credarghe

(cavallo che suda, donna che piange, uomo che giura, non gli credere)

 

Dal cavaeo e dal musso, sta tre passi indrìo dal cueo

(dal cavallo e dal mulo, rimani tre passi dietro al culo)

 

I omani in guera e’e vache in montagna, no i se garantisse

(gli uomini in guerra e le vacche in montagna, non si garantiscono)

 

Can che sìga, augura ea morte

(cane che ulula, augura la morte)

 

Chi che bastona el sò’ cavaeo, el bastona ea sò scarsèa

(chi bastona il proprio cavallo, bastona la propria tasca)

 

Co la cavessa se lìga i cavai, con ea paroea i omani

(con la capezza si legano i cavalli, con la parola gli uomini)

 

Imussi ciàva insieme

(i muli si accoppiano tra loro)

 

Ligare el musso dove che voe el paròn

(legare il mulo dove vuole il padrone)

 

Se ciàpa pì mosche con na giossa de miee che co na bota de azèo

(si prendono più mosche con una goccia di miele, che con moltissimo aceto)

 

Tanti cani copa un lupo, uno soeo el ghe sbaia aea luna

(tanti cani ammazzano un lupo, uno solo, abbaia alla luna)

 

Ea rana, co a xe usa al paltàn,
o che à ghe và uncuò,
o che a gha và doman

(quando la rana si è ambientata nel fango, o ci va oggi, o ci va domani)

 

Se l’azeno fà a coa dopo i trent’ani,
se sa che no a xe sua, ma a xè posticia

(se l’asino fa la coda dopo i trent’anni, si sa che non è sua, ma è posticcia)

 

El can del gastaldo, non ga da sentire queo del paròn

(il cane del delegato non deve sentire quello del padrone)

 

Triste che a bestia che non poe parare via e mosche co a sò coa

(triste quella bestia che non può scacciare le mosche con la coda)

 

I stonei a viajar in sciàpo, i se smagra

(gli stornelli, a viaggiare in stormo, dimagriscono)

 

Chi che magna ‘e oche del Re, el resta sofegà dae pene

(chi mangia le oche del Re, muore soffocato dalle penne)

 

Taja a còa a un can, el resta can

(taglia la coda a un cane, rimarrà cane)

 

El porsèo all’ingrasso no xe mai contento

(il maiale all’ingrasso non è mai contento)

 

Cò’ manca el gran, e gaine se’ bèca

(quando manca il grano, le galline di beccano tra loro)

 

L’ultima paja sderena el musso

(l’ultima paglia stronca il mulo)

 

No tocare il can che rosega, e gnanca el zugadore che perde

(non toccare il cane che rosica, e nemmeno il giocatore che sta perdendo)

 

De note tute e vache xe more

(di notte, tutte le vacche sono scure)

 

Co’l lupo deventa vecio, i cani che pissa dosso

(quando il lupo invecchia, i cani gli pisciano addosso)

 

El naso dei cani, i denoci de’e femene, el cueo dei omani, i xe sempre fredi

(il naso dei cani, le ginocchia delle donne, il culo degli uomini, sono sempre freddi)

 

El can rosega l’osso parchè nol poe paràrlo zò

(il cane rosica l’osso, perchè non può ingoiarlo)

 

Col manzo va al masèo, el suda de fora e ghe trema el buèo

(quando il manzo va al macello, suda di fuori e gli trema il budello)

 

Se a gaìna tasesse, nessuno savarìa che a ga fato l’ovo

(se la gallina tacesse, nessuno saprebbe, che ha fatto l’uovo)

 

I cani mostra i cojoni, e i cojoni mostra i schei

(i cani mostrano i coglioni, e i coglioni mostrano i soldi)

 

Aea piègora, tanto ghe fà essare magnà da un lupo, che scanà da un becàro

(Alla pecora, tanto fa l’esser mangiata da un lupo, che l’esser scannata da un macellaio)

 

‘A còa massa longa, xe quea che còpa ea volpe

(la cosa troppo lunga, è quella che uccide la volpe)

 

Ea gata che va massa de freta, ea fà i gatèi orbi

(la gatta che va troppo di fretta, fa i cuccioli ciechi)

 

El musso no passa do volte sol giasso

(il mulo non passa due volte sul ghiaccio)

 

Parla co’ pissa e gaine

(parla quando pisciano le galline)

 

Can vecio no ghe sbàia aea luna

(il cane vecchio non abbaia alla luna)

 

I ossi xe pa i cani, i spini pa i gati

(le ossa sono per i cani, le lische per i gatti)

 

Vàrdate ben da can che no sbaia, e da cortèo che non taja

(guardati bene da un cane che non abbaia, e da un coltello che non taglia)

 

Un gaeo sensa cresta xe un capòn, un omo sensa barba el xe un cojon

(un gallo senza cresta è un cappone, un uomo senza barba è un coglione)

 

Gato sarà el deventa un leòn

(un gatto in gabbia diventa un leone)

Religione, Preti e Devozione

 

Vardarse dal vento e dai frati che lassa el convento

(guardarsi dal vento, e dai frati che lasciano il convento)

 

Tuti adora el so santo

(tutti adorano il proprio Santo)

 

Finìa a messa, finie e candèe

(finita la messa, finite le candele)

 

Non se poe cantare e anca portare a crose

(non si può cantare, e anche portare la croce)

 

Quando el signor no voe, gnanca l’omo poe

(quando il Signore non vuole, nemmeno l’uomo può)

 

Chi che gà el santo, ga anca el miracoeo

(chi ha il Santo, ha anche il miracolo)

 

Sensa santi, no se va in paradiso

(senza santi non si va in paradiso)

 

I santi de casa no fa miracoi

(i santi di casa non fanno miracoli)

 

Tuti non poe stare a messa arente el prete

(a messa, non posso stare tutti vicino al prete)

 

Frà ciàpo sta in convento, frà dago no ghe sta dentro

(frate Prendo sta in convento, frate Dono non vi stà dentro)

 

El diavoeo iuta i sui

(il demonio aiuta i suoi)

 

I preti alsa ea vòse in base a quanto che a xe grossa ea candèa

(i preti alzano la voce in base a quanto è grossa la candela)

 

I preti fa bojere a pignata co e fiame del purgatorio

(i preti fanno bollire la pentola con le fiamme del purgatorio)

 

E campane no e sona, se qualche dun no e tira

(le campane non suonano, se qualcuno non tira le corde)

 

Co se xe morti, San Michee pesa e anime, i preti i candeoti

(quando si muore, San Michele pesa le anime, i preti i candelotti)

 

I siori i ga el paradiso de quà, e pa’ parte de à i se o compra

(i signori hanno il paradiso di quà, e se lo comprano di là)

 

Schei fede e carità, ea metà de a metà

(soldi fede e carità, la metà della metà)

 

Dio ne varda dai santi che magna

(Dio ci guardi dai santi che mangiano)

 

Co a carne se frusta, l’anima se giusta

(quando la carne si frusta, l’anima si aggiusta)

 

E perpetue dei preti, prima e dixe ‘e gaìne del prete; dopo e dixe ‘e nostre gaìne’; e ae fine e dixe ‘e me gaìne’.

(le perpetue dei preti, prima dicono ‘le galline del prete’, dopo dico ‘le nostre galline’, e infine dicono ‘le mie galline’)

 

Osei e predicatori bisogna sentirli prima

(uccelli e predicatori, bisogna sentirli prima)

 

Ogni santo merita ea sò candèa

(ogni Santo merita la sua candela)

 

San Piero el ga tajà tuti i cui sol stesso tajero

(San Pietro ha tagliato tutti i culi sullo stesso tagliere)

 

El cueo no va in paradiso

(il culo non va in paradiso)

 

El divoeo el caga in te ‘a mota pì grossa

(il demonio caga sul mucchio più grosso)

 

Chi che ga paura del diavoeo, no fa schei

(che ha paura del demonio non si arricchisce)

Meteorologia

 

Zenàro forte, tute e vecie se augura a morte, e quee zovane se gode drento e fora e porte

(gennaio gelido, tutte le vecchie si augurano la morte, e quelle giovani godono dentro e fuori le porte)

 

D’inverno tuti i venti porta acqua

(in inverno, tutti i venti portano pioggia)

 

L’inverno l’el boja dei veci, el purgatorio putèi, e l’inferno dei poareti

(l’inverno è il carnefice dei vecchi, il purgatorio dei bambini, e l’inferno dei poveri)

 

Febraro curto e amaro

(febbraio, corto e amaro)

 

Ea luna bastona el formento, specie a note de Nadae

(la luna bastona il frumento, specialmente la notte di Natale)

 

El vento de majo el da poco tormento

(il vento di maggio, dà poco tormento)

 

Aprie e majo i xe a ciàve de tuto l’ano

(aprile e maggio sono la chiave di tutto l’anno)

 

Ea nebia purga el tempo

(la nebbia purga il clima)

 

L’acqua va drio al fresco

(l’acqua segue a ruota il fresco)

 

Tempesta seca, a chi che a ghe toca eo bèca

(tempesta secca, a chi tocca è rovinato)

 

Chi voe savère cossa che’l xe l’inferno, el fassa el cogo d’istà e’l caretiere d’inverno

(chi vuol sapere cosa sia l’inferno, faccia il cuoco d’estate e il carrettiere d’inverno)

 

Ea luna de agosto a spaca i meoni

(la luna d’agosto spacca i meloni)

 

Alba rossa, o vento o giossa

(alba rossa, o vento o pioggia)

 

Cò’ a luna ga el cueo in moja, piove voja o no voja

(quando la luna ha il culo bagnato, piove che si voglia o non si voglia)

 

Co’l gaeo el canta zo de ora, doman no xe pì el tempo de sta ora

(quando il gallo canta fuori orario, domani non ci sarà più il clima di oggi)

 

Cola vaca tien su el muso, bruto tempo tempo salta suso

(quando la vacca tiene alto il muso, brutto tempo si sta formando)

 

El soe che nasse, ga pì adoratori del soe che tramonta

(il sole che sorge, ha più adoratori del sole che tramonta)

 

Aqua turbia no fa specio

(acqua torbida non riflette)

 

Un’ora de bon tempo suga ea strada

(un’ora di bel tempo asciuga la strada)

 

ea piova lenta xe quea che bagna

(la pioggia lenta, è acqua che bagna)

 

Dove che no se crede, l’aqua rompe

(dove non si pensa, l’acqua rompe gli argini)

 

L’ombra dell’istà fa maea aea pansa in inverno

(l’ombra dell’estate fa male alla pancia in inverno)

 

Chi che xe al coverto co’ piove, el xe ben mato se’l se move

(chi è al coperto quando piove, è proprio pazzo se si muove)

 

Ea matina xe a màre dei mestieri, e a note dei pensieri

(la mattina è la madre dei mestieri, e la notte dei pensieri)

 

Loda el mare ma tiente tacà aea tera

(loda il mare, ma resta attaccato alla terra)

 

Co se sente tonare in zenaro, se porta via i morti col caro

(quando si sentono i tuoni in gennaio, si portano via i morti col carro)

 

Segno in cièo, disgrassie in tera

(segno in cielo, disgrazie in terra)

 

Cò’ l’acqua toca el cueo, tuti impara a noare

(quando l’acqua tocca il culo, tutti imparano a nuotare)

 

I temporai pì grossi i vien a l’improviso

(i temporali più grossi arrivano all’improvviso)

 

Non se poe dire bea giornata se no xe sera

(non si può dire ‘bella giornata’ se non è sera)

 

Chi varda ea luna el casca in fosso

(chi guarda la luna cade nel fosso)

 

No nevega mai cossì tanto che’l soe dopo no la desquerza

(non nevica mai così tanto che il sole dopo non scopra)

 

L’aqua morta fa spussa

(l’acqua morta puzza)

Agricoltura e Contadini

 

I ani de a fame i scomissia in te a grupia dee bestie

(gli anni della fame iniziano nella greppia delle bestie)

 

Int’ei campi se vive, e in casa se more

(nei campi si vive, e in casa si muore)

 

El campo no vien mai vecio

(il campo non invecchia mai)

 

A chi che nol vol far fadighe, el campo ghe produze ortighe

(a chi non vuole far fatiche, il campo gli produce ortiche)

 

Ea richessa del viàn ea ze in te i brassi, chi che voe, el se ne fassa

(la ricchezza del villano è nelle braccia, chi lo desidera, se ne faccia)

 

El contadin xe sempre rico l’ano prossimo

(il contadino è sempre ricco l’anno prossimo)

 

I campi vissin al leamaro i xe sempre grassi

(i campi vicini al letamaio sono sempre fertili)

 

Co’l frumento e lè in te i campi el xe de tuti quanti, co l’è in tel granaro el’è dell’usuraro

(quando il frumento è nei campi, è di tutti quanti. Quando è nel granaio, è dell’usuraio)

 

El sorgo fa bon gran col ga ea gamba da venessian

(il sorgo fa buon grano quando ha la gamba da veneziano [sottile])

 

Cava l’erba e meti a merda

(togli l’erba e metti la merda)

 

Cantare tuti i canti, ma mai queo del merlo

(cantare tutti i canti, ma mai quello del merlo)

 

Copare omani e batare nose, l’è tempo perso

(uccidere uomini e battere noci, è tempo perso)

 

Sol campo fità no tempesta

(sul campo affittato non cade tempesta)

 

Tèra mora fa bon tuto, tera bianca gnente de tuto

(terra scura fa buono di tutto, terra chiara niente di tutto)

 

Ea roda ciapà pezo, xe quea che sìgoa

(la ruote peggiore, è quella che cigola)

 

El legno verde voe essar impissà

(il legno verde vuole essere acceso)

 

Un guardiàn e un can i xe do disturba cristiàn

(guardiani e cani sono due disturba cristiani)

 

Chi ga tera ga guera

(chi possiede terra, possiede guerra)

 

Tute e seste e gà’l so manego

(tutte le ceste hanno il proprio manico)

 

Meti un spin in te un giardìn, el resta sempre un spin

(metti una spina in un giardino, rimane sempre una spina)

 

Chi che posa el cueo so l’ortriga, el sente che ghe informiga

(chi poggia il culo sull’ortica, sente che gli si informicola)

 

El fruto no casca lontan da l’albero

(il frutto non cade lontano dall’albero)

 

El vilan, come el can, chi lo bastona che leca e man

(il villano, come i cani, a chi lo bastona lecca le mani)

 

Chi xe sta batezà co l’acqua de fosso, el spussa sempre da freschìn

(chi è stato battezzato con l’acqua di fosso, puzza sempre di fetido)

 

Tri aseni e un vilan fa quatro bestie

(tre asini e un villano, fanno quattro bestie)

 

Le rose xe fresche, i loamari xe caldi;
ma ‘e rose le cròea e i loamari sta saldi

(le rose sono fresche, i letamai sono caldi. Ma le rose sfioriscono, e i letamai restano saldi)

 

L’è ndà a pascoeare e gaine del prete

(è andato a pascolare le galline del prete [è morto])

 

Fango de majo spiga in agosto

(fango in maggio, spiga in agosto)

 

A cambiare moinaro se cambia ladro

(a cambiare mugnaio si cambia ladro)

 

I nostri veci ga magà i caponi e i ne ga assà i proverbi

(i nostri vecchi si son mangiati i capponi e ci hanno lasciato i proverbi)

 

A cagare soto a neve, a vegnarà squerta

(se si caga sotto la neve, verrà allo scoperto)

 

Piera che no sta ferma no a fa muscio

(pietra che non sta ferma, non fa muschio)

 

L’inverno, se nol morsega coi denti, el darà co a coea

(l’inverno, se non morde con i denti, morde con la coda)

 

Un legno soeo no arde

(un legno da solo, non arde)

 

Ramo corto vendema longa

(ramo corto, vendemmia lunga)

 

Frùa a bareta chi che se a cava co tuti

(consuma il cappello, che se lo toglie con tutti)

 

Co se perde i primi fruti i xe persi tuti

(quando si perdono i primi frutti, sono persi tutti)

 

Co’l cuco taca a cantàr, gh’è subito l’erba da tajar

(quando il cuculo inizia a cantare, c’è presto l’erba da tagliare)

Malattie, Medici e Morte

 

E peche de natura e se porta aea sepoltura

(i difetti di natura portano alla sepoltura)

 

A sto mondo, bisogna adatarse, o inrabiarse, o deperarse

(a questo mondo bisogna adattarsi, o arrabbiarsi, o disperarsi)

 

Tuti i ossi i torna al so logo

(tutte le ossa tornano al luogo d’origine)

 

Ea morte no ga lunario

(la morte non ha lunario)

 

Co poco se vive, e co gnente se more

(con poco si vive, e con niente si muore)

 

I morti verze i oci ai vivi

(i morti aprono gli occhi ai vivi)

 

I doeori i xe come i schei, chi che i gà se i tien

(i dolori sono come i soldi, chi li ha se li tiene)

 

Ea paura de morire xe pezo de a morte

(la paura di morire è peggiore della morte)

 

El desperà xe sempre castrà

(il disperato è sempre castrato)

 

El mal no domanda permesso

(il male non domanda permesso)

 

Co ‘a boca no sbate, e tete no fa late

(quando la bocca non sbatte, le tette non producono latte [vacche che non mangiano…])

 

Medego vecio, chirurgo zovane

(medico vecchio, chirurgo giovane)

 

Cueo che caga no ghe xe oro che ‘o paga

(culo che caghi, non c’è oro che lo paghi)

Commercio e Guadagno

 

Co se barata, uno ride e st’altro se grata

(quando si baratta, uno ride l’altro si gratta)

 

Mejo un magro acordo che na grassa sentensa

(meglio un magro accordo che una grassa sentenza)

 

Co cento pensieri no se paga un soldo de debito

(con cento pensieri non si paga un soldo di debito)

 

El mondo xe mezo da vendare e mezo da comprare

(il mondo è mezzo da vendere e mezzo da comprare)

 

Mejo pagare col peo che co a pee

(meglio pagare col pelo che con la pelle)

 

No bisogna far fogo fora da ea pignata

(non bisogna fare fuoco fuori dalla pentola)

 

In casa strenzi, in viajo spendi, in maeatia spandi

(in casa stringi, in viaggio spendi, in malattia spandi)

 

Co xe pì i passi che i boconi, l’è n’andar da cojoni

(quando sono più i passi che i bocconi, è un andare da coglioni)

 

El debito no se paga miga co’l se fà

(il debito non si deve pagare quando lo si fà)

 

Mejo el tacòn del sbrego

(meglio la pezza dello strappo)

 

Debito sputanà, debito pagà

(debito sputtanato, debito pagato)

Povertà e Ricchezza

 

I pori se copa, e i re i se imbrassa

(i poveri si ammazzano, i re si abbracciano)

 

Mejo avere a che fare co un rico avaro, che co un poareto cortese

(meglio intrattenersi con un ricco avaro che con un povero cortese)

 

Dei siori ghe n’è de tre sorte: sior sì, sior no, e sior mona

(di signori ce n’è di tre tipi, signor sì, signor no, e signor mona)

 

Co a casa brusa, tuti core a scaldarse

(quando la casa brucia, tutti corrono scaldarsi)

 

Co a fame vien dentro da ea porta, l’amore va fora da ea finestra

(quando la fame entra dalla porta, l’amore esce dalla finestra)

 

Ciave de oro verze porte de fero

(le chiavi d’oro aprono le porte di ferro)

 

I schei no ga gambe, ma i core

(i soldi non hanno gambe, ma corrono!)

 

Fin che ghe xe pan in convento, i frati no manca

(fino a quando ci sarà pane in convento, i frati non mancheranno)

 

Chi che ga dentro el fogo, manda fora el fumo

(chi ha dentro il fuoco, fa uscire il fumo)

 

Gh’è pì giorni che luganega

(ci sono più giorni che salsicce)

 

Bisogna negàsse in tel mare grando

(bisogna affogare nel mare grande)

 

El sassio no ghe crede a l’afamà

(il sazio non crede mai all’affamato)

 

L’amor xe potente, ma l’oro onipotente

(l’amore è potente, ma l’oro è onnipotente)

 

Ea servitù xe un nemico pagà

(la servitù, è un nemico pagato)

 

Schèi e legnàde i va sempre contài

(soldi e legnate vanno sempre contati)

 

chi ga in boca l’amaro non poe spuare dolse

(chi ha in bocca l’amaro, non può sputare dolce)

Gioventù e Vecchiaia

 

El soe tramonta, i ani sponta

(il sole tramonta, gli anni sorgono)

 

I omani ga i ani che i sente, e femene quei che le mostra

(gli uomini hanno gli anni che si sentono, le donne quelli che dimostrano)

 

Fate consejare dal vecio, e fate ijutare dal zovane

(fatti consigliare dal vecchio, e aiutare dal giovane)

 

I muri veci fa pansa

(i muri vecchi spanciano)

 

Tuto caea in vecièssa, fora che avarissia, prudensa, e saviessa

(tutto diminuisce nella vecchiaia, tranne l’avarizia, la prudenza, e la saggezza)

Amicizia e Società

 

Co se xe aseni aea matina, lo se xe anca aea sera

(quando si è asini al mattino, lo si è anche la sera)

 

De amissi, verghene anca in casa del diavoeo

(di amici, averne anche in casa del demonio)

 

Le bone paroe onze, e cative spuncia

(le buone parole ungono, le cattive pungono)

 

Co l’è sta batezà, tuti voe essar compari

(dopo il battesimo, tutti vorrebbero essere padrini)

 

Chi tropo se inchina, el mostra el cueo

(chi troppo si inchina, mostra il culo)

 

I schei no fa amicissia

(i soldi non fanno amicizia)

 

L’intaresse copa l’amicissia

(l’interesse uccide l’amicizia)

 

Se uno voe mantegnere l’amicissia, bisogna che na sporta vaga e una vegna

(se si vuole mantenere l’amicizia, bisogna che una borsa vada e una venga)

 

L’onore xe come el vento, el va fora pa tuti i busi

(l’onore è come il vento, esce da tutti i buchi)

 

Ben, bon e magari, i jera tre mona che fasèa lunari

(bene, buono e magari, erano tre stolti che facevano lunari)

 

No sta farte capo de a compagnia, ‘che tessì po’ queo che paga l’ostaria

(non farti capo della compagnia, perché dopo sarai quello che paga l’osteria)

 

Dolor confidà, xe guarìo pa metà

(dolore confidato, è per metà guarito)

 

Tuti gode a vedere i mati in piassa, basta che no i sia de a sò rassa

(tutti si divertono a vedere gli stupidi in piazza, purché non siano della loro famiglia)

 

Venessiani gran signori
Padovani gran dotori
Vissentini magna gati
Veronesi tuti mati
Udinesi castelani col cognome de Furlani
Trevisani pan e tripe
Rovigoti baco e pipe
i Cremaschi fa cojoni
i Bressan taja cantoni
ghe n’è anca de pì tristi
Bergamaschi brusa cristi

 

Chi voe fare el stronso massa grosso, ghe vien e agreme ai oci

(a chi vuole fare lo stronzo troppo grosso, vengono le lacrime agli occhi)

Vari

 

Bone paroe e cativi fati, ingana savi e mati

(buone parole e cattivi fatti, ingannano sia saggi che matti)

 

A caena no ga paura del fumo

(la catena non teme il fumo)

 

Ea colpa xe na bea putea, ma nessun ea voe

(la colpa è una bella figliola, ma nessuno la vuole)

 

Un bel vedar fa un bel credar

(un bel vedere fa un bel credere)

 

Coi fiori no se va al molin

(con i fiori non si va al mulino)

 

Co no vien dal cor, cantar no se pol

(se non viene dal cuore, non si può cantare)

 

Baso par forsa, nol vae na scorsa

(un bacio dato per forza, non vale una scorza)

 

Ea passiensa xe a minestra dei bechi, e a speransa xe l’altare de i cojoni

(la pazienza è la minestra dei cornuti, e la speranza è l’altare dei coglioni)

 

Come i sòna, se bala

(in base alla musica, si balla)

 

Lassarsela far sul naso, ma no in boca

(Lasciarsi prendere per il naso, ma non per la bocca)

 

Mejo avere paura che spavento

(meglio la paura dello spavento)

 

A chi che nasse sfortunà, ghe piove sol cueo a stare sentà

(a chi nasce sfortunato, piove sul culo anche se rimane seduto)

 

Co se sta ben no xe el caso de farse rompare i ossi pa stare mejo

(quando si sta bene, non è saggio farsi rompere le ossa per stare meglio)

 

L’alegria fa campare, e a passion fa crepare

(l’allegria fa campare, la passione fa crepare)

 

Bisogna far da mona pa no pagar el dassio

(bisogna fingersi stupido per non pagare la tassa)

 

Bisogna peàre a quaja sensa farla sigàre

(bisogna spennare la quaglia senza farla strillare)

 

Co i ladri se fa a guera, segno che i xe d’acordo

(quando i ladri si fanno la guerra, è segno che si sono accordati)

 

I primi a entrare in tel saco, i xe i ultimi a vegnerghene fora

(i primi a entrare nel sacco, sono gli ultimi a uscirne)

 

Chi che gà ‘a testa de cera, nolvaga al soe

(chi ha la testa di cera, non si esponga al sole)

 

I difeti xe come a spussa, i sente de più chi xe intorno che queo che a porta

(i difetti sono come la puzza, sono avvertiti più da chi sta intorno che da chi li porta)

 

Nessun sa dove che strenze a scarpa, trane queo che la porta

(nessuno sa dove stringa la scarpa, tranne chi la porta)

 

Sensa spie no se ciàpa i ladri

(senza spie non si prendono i ladri)

 

Boca piena no poe dire de no

(bocca piena non può dir di no)

 

Chi che va a Roma con un bel bosoto, el deventa abate o vescovo di boto

(chi va a Roma con un bel borsello, diventa abate o vescovo in tempo snello)

 

Pa voèr savèr de tuto, se sa anca de mona

(a voler saper tutto di tutto, si sa anche da stupidi)

 

El primo ato de passìa, xe de tegnerse savi

(il primo atto di pazzia, è di tenersi saggi)

 

Mejo cascare daea finestra, che dai còpi

(meglio cadere dalla finestra, che dal tetto)

 

Tuti ga la so ora da mona

(tutti hanno il proprio momento di stupidità)

 

Boca serà no ciàpa mosche

(bocca chiusa non prende mosche)

 

Co tuti te dixe imbriago, va in leto

(quando tutti dicono che sei ubriaco, vai a letto)

 

Pa’ savere a verità, bisogna sentire do busiari

(per conoscere la verità, bisogna ascoltare due bugiardi)

 

A poca voja no ghe manca e scuse

(la poca voglia non manca mai di scusanti)

 

El petegoeo el xe na spia sensa paga

(il pettegolo è una spia senza paga)

 

Ea paura fa corajo

(la paura crea coraggio)

 

A dir busie ocore bona memoria

(per mentire serve buona memoria)

 

Se ‘a vecia no moriva, a sarìa ‘ncora viva

(se la vecchia non moriva, sarebbe ancora viva)

 

Ea lingua no ga osso, ma ‘a rompe i ossi

(la lingua non ha ossa, eppure le può rompere)

 

E mascare vae schei soeo a carnevae

(le maschere valgono soldi solo a carnevale)

 

Chi toe in prestito par fabricare, el fabrica pa vendare

(chi prende in prestito per fabbricare, fabbrica per vendere)

 

Ea paròea no a xe mal dita, co no a xe mal intesa

(la parola non è mal detta, se non è mal compresa)

 

Ogni spenta para vanti

(ogni spinta porta in avanti)

 

Tuto va e vien; gnente se mantien

(tutto va e viene, nulla si mantiene)

Nonna Franca

 

Col mestoo che se imminestra, se resta imminestrà

(chi di spada ferisce, di spada perisce)

 

Saco vodo no stà in piè

(sacco vuoto non resta in piedi)

 

Se no a ghe xe de fato, a ghe xè de trato

(se non lo è di fatto, lo è in apparenza)

 

Chi desbiàsema vòl compràr

(chi critica, vuole impossessarsi)

Condividi…

Iscriviti allaNewsletter

Iscriviti allaNewsletter

Inserito nella mailing list, riceverai le nuove pubblicazioni di Veneto da Vedere.

La tua iscrizione è andata a buon fine

Pin It on Pinterest

Share This