Panevin – tradizione bellunese alla vigilia dell’Epifania

5 Gen 2019Tradizioni0 commenti

Veneto delle tradizioni. Il Panevin. Rituale con il fuoco, carico di molti significati e simbolismi. Minacciato da politici di nuova generazione, che per lasciare il proprio ‘odor di piscio’ in eredità ai posteri, tentano di cancellare memorie secolari.

Prima che tali generazioni, partorite da madri sempre gravide, venissero al mondo, Ulderico Bernardi dedicò questo pensiero alla tradizione veneta, radicata nel bellunese più che altrove.

Anche questa firma, se il lettore avrà voglia di vederne il profilo, conferma la bontà e la qualità delle pubblicazioni che a suo tempo portava in edicola, la nostra amata Rivista.

L’inverno, e i rituali

Il gelo sconfitto dalla fiamma.

Le brume dissolte dalla luce.

L’oblìo annientato dalla memoria collettiva.

L’inclemenza della natura superata dalla calda risposta della cultura.

L’inverno è il momento più alto della ritualità comunitaria. Piccoli e grandi riti, domestici e di vicinato, hanno il compito di richiamare la solidarietà originaria tra gli umani.

Sono cerimonie intime, legate a sante e venerabili figure che nella notte fredda scendono nelle case addormentate per lasciare qualche regalo ai bambini buoni.

San Nicolò, Santa Lucia, Gesù Bambino, la Befana.

Ogni luogo ha il suo invisibile benefattore, perché i piccoli apprendano che in casa e fuori qualcuno pensa sempre a loro. Li protegge. Li rincuora. Nell’attesa della buona stagione, e della vita.

Panevin

Sono cerimonie all’aperto, per rifondare il patto di comunanza tra le famiglie di un vicinato. Quando il rigore invernale sembrerebbe averlo cancellato, tappando tutti intorno al focolare domestico.

Ma il mondo è fuori dalla porta di casa. Inizia dal colmèllo intorno alla Pieve e si allarga fino a comprendere l’umanità intera.

La tradizione, col suo alfabeto mitico, propone una rappresentazione arcaica, un rito di fuoco, che in varie parti del Veneto, dalla montagna alla pianura, si pratica ancora. Assume varie denominazioni, ma la più nota nel bellunese è quella di Panevin.

Un rogo che si accende la vigilia della festa di Epifania. Una catasta che era di canne e di sterpi nei tempi della parsimonia. Ora si accresce delle ormai inutili fascine della potatura, o magari di orribili grappoli di pneumatici, scarto di una società inquinata nell’animo dal delirio dello spreco.

 

Rito del fuoco e simboli

Il culto del fuoco è immemorabile, per il valore spirituale della luce, che disperde la buia angoscia. Il fuoco assume il significato cosmico della divinità, invocata a scacciare le tenebre col suo fulgore, a umiliare il freddo col suo calore, a evocare l’eterno nel momento cruciale dell’anno che si spegne.

Nel Panevin che raduna le genti all’imbrunire della giornata invernale, c’è tutto questo.

Celebrazione del Solstizio d’inverno, memoria dell’origine, conferma della continuità.

Un rito di speranza, con una liturgia fatta di specchianti riferimenti simbolici. La pira è sovrastata dal fantoccio di una megera, grifagno simulacro della miseria. Intorno al fuoco si danza in tondo, mescolando le generazioni, e si sa che il cerchio richiama il cielo, e il fuoco al centro l’origine. Mentre la fiamma divampa e le faville prendono il vento, i vecchi strologano sui raccolti a venire, che saranno abbondanti se le monachine vanno a occidente, o grami se marciano verso l’aurora.

Baldoria e Pinza

La festa comporta il tripudio, la bevuta, la mangiata, le urla (‘e ucàde), le fucilate dirette alla vècia, i salti in aria.

Anche tutta questa baldoria ha il suo significato simbolico: è la rappresentazione del caos primigenio, quando tutto era mescolato e tutto è cominciato, tutto era possibile.

In tempi di ingiustizie e umiliazioni, quando l’arroganza dei dominanti schiacciava la personalità contadina nel lavoro e nei rapporti sociali, erano riti come questi, e la fede nel Signore che aveva proclamato “gli ultimi saranno i primi”, a tener viva l’immagine di una condizione umana senza privilegi.

Un pane speciale, spartito tra i festanti, ha il compito di dare sostanza di comunione al mangiare insieme.

Si tratta della Pinza, un tempo dolce povero, cotto sotto la cenere calda del focolare, arricchito da modesti ingredienti: uva passa, fichi secchi, mescolati alla farina di mais, quasi una trasfigurazione della polenta quotidiana.

Ora la Pinza è ricca, come i tempi in cui viviamo [1990. N.d.R.], è divenuta una focaccia squisita, anche se richiede, come allora e come vuole il rito, sorsate larghe di vino nuovo per l’euforia della celebrazione.

La tradizione vuole che ciascuno ne consumi di sette qualità diverse: sette pinze in altrettante case amiche.

Sette, il numero

Un altro pilastro rituale: sette sono i giorni della creazione, sette sono i doni dello Spirito Santo, sette le virtù e i peccati capitali (per memoria dello sprofondamento sempre possibile).

Sette è il giorno del riposo e dell’alleanza con Dio.

Se molti dei significati simbolici sono ormai ignoti a chi accende i fuochi sui monti, sulle colline pedemontane e nella pianura percorsa dalla Piave, resta pur sempre questa celebrazione della durata, che vive nelle cante litanianti del Panevin, monumento che arde nella notte, a sfida degli immemori.

Oggi…

Sono cambiate un po’ di cose, da quando il Bernardi scrisse queste righe. La tutela dell’ambiente e della sicurezza sono oggi imperanti. Almeno a livello normativo, se non ancora nella coscienza di tutti. Così, rischia grosso chi pensasse di bruciare pneumatici in un fuoco qualsiasi, figuriamoci in una pira pubblica. C’è da chiedersi per quanto tempo ancora, il Pubblico consentirà al proprio elettore di accendere questi fuochi rituali. Non ci stupirebbe se in un prossimo futuro, saranno proibiti anche questi, assieme a centinaia di altre cose.

Nel gennaio 2018, il governatore della Regione Veneto, Zaia, sentenziò “I panevin non si toccano!”. Implicito, che qualche forza politica abbia ventilato di proibirli. Probabilmente, vinceranno gli immemori.

A scanso di equivoci, chi scrive è assolutamente contrario all’uso di materiali inquinanti per accendere pire epifaniche, o di qualsiasi altro tipo.

Sparare fucilate alla vecchia del fantoccio, con vere armi da fuoco, in una situazione di pubblica aggregazione, oggi è impensabile. E anche su questo, non possiamo che essere d’accordo.

Simbolismi, ritualità, e significati, oggi sono totalmente dimenticati. Sconosciuti. Rimane la tradizione, come momento di aggregazione semi-mondana, e a volte con finalità commerciali. Questo è l’oggi in cui si srotola il nostro filo.

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