Marangòn – il falegname nel dialetto veneto

9 Gen 2019Tradizioni0 commenti

Molti cognomi hanno origini antiche. Spesso derivano dal mestiere che un avo svolgeva, magari un paio di secoli fa. Così, mentre è relativamente facile indovinare il mestiere all’origine di cognomi come Favaro-Favaron-Favaretti-Favaretto eccetera (declinazioni di Fabbro), o di Muraro (muratore), un po’ meno immediata è l’associazione di Marangòn al mestiere di falegname.

Manlio Cortellazzo ci raccontò la storia di questo cognome dialettale, nel febbraio del 1990, tra le pagine della nota Rivista.

Tipicità veneta del Marangòn

Se c’è una parola che si ritiene legittimamente, ma con qualche riserva, solo veneta, questa è certo marangòn, nome corrente del falegname.

Ritorneremo su questa area di predominio o d’influenza veneziana.

Diciamo subito che l’accordo fra gli studiosi è pressochè unanime: marangòn deriva da mergo, attraverso mergòn, margòn, maragòn, marangòn.

Non vorremmo che a questo punto, qualcuno li ritenesse eredi diretti degli allegroni etimologisti del Seicento che, inserendo, togliendo, o spostando alcune lettere, riuscivano a spiegare tutto. Anche che alfana (denominazione di un cavallo di provenienza spagnola) derivasse dal latino equa, meritandosi il commento acutamente ferose di un epigrammista:

“Che alfana derivi da equa non c’è dubbio; però, bisogna ammettere che ne ha dovuto fare di strada!”.

Origine della parola

Con smergo o mergus si indicano vari uccelli acquatici, specialmente il cormorano, le cui caratteristiche abitudini sono note: sono capaci di immergersi per catturare il pesce. Lo stesso loro nome si rifà alla radice di questo verbo. Im-mergo.

Ora, ci si potrà chiedere cosa c’entri questa abilità di immergersi, con il lavoratore munito di pialla e sega.

È semplice: marangòn era, originariamente, l’operaio che si tuffava sott’acqua per provvedere alla riparazione delle parti immerse della nave. Ed è almeno curioso che la sua prima attestazione italiana si rintracci in un popolaresco contrasto d’amore del Duecento, autore Ciacco dell’Anguillara.

Per questo motivo è spesso menzionato accanto ai calafai calafatari, che avevano il compito di incatramare le fessure, riepite prima di stoppa, del fasciame. Quando l’arte fu applicata anche all’edilizia, nella quale il legno era materia predominante, si arrivò presto alla distinzione fra marangòn di nave e marangòn di case.

Una norma del capitolare dei falegnami veneziani del 1335 prescriveva:

“Volemo che i marangoni de le navi i quali vogliono lavorare l’arte de la marangonia de case, debiano pagare al gastaldo de le case soldi sei de picoli.”.

Nelle altre regioni

Possiamo accennare al parallelo fenomeno siciliano, dove maraguni non è solo il cormorano, ma anche l’uomo che, tuffandosi in mare, ripesca le cose cadute al fondo o ripara qualche rottura della nave; e la persona che passa a guado i torrenti, portando sulle spalle i viandanti.

La corporazione dei maestri d’ascia era così importante a Venezia (si calcola che nel 1423 vi lavorassero 3000 marangoni e 3000 calafati), che Marangona si chiamò la maggiore delle quattro campane del campanile di San Marco. Campana che avvertiva l’inizio, le soste, la ripresa e la fine del lavoro degli arsenalotti. Nome imitato da Verona, che già nel 1319 chiamò marangona la campana che invitava i carpentieri al lavoro.

Si è detto che la Romagna e l’Emilia condividono col Veneto l’uso di marangone, e questo fine dalle più antiche attestazioni in latino medievale. Però, se a Venezia lo statuto dei carpentieri del 1271 è già intitolato Capitulare de marangonis, a Ferrara appare solo nel 1401.

Nei testi narrativi

Quando allora lo impiegarono in testi narrativi, Alfredo Panzini: “Se vieni lassù ti voglio far conoscere un marangone; …nei giorni d’ozio ti disegna e fa dei mobili del più puro gusto del quattrocento”; o Riccardo Bacchelli: “Come seppe che a Occhiobello gli austriaci facevan allestire barche per gettare un ponte, si offrì come marangone e carpentiere pratico di questi lavori.”, dobbiamo pensare che ricorressero più ad una parola propria al loro dialetto, che a un venetismo.

L’area più vitale di marangòn corrisponde, se vediamo bene, ai territori già soggetti all’impero bizantino. Questa comune sudditanza non sarà estranea all’affermazione del termine.

Marangone è entrato molto presto in italiano, pur non acclimatandovisi mai.

Nei Miracoli della Madonna (quattordicesimo secolo) lo incontriamo già nel significato moderno:

“Gesù Cristo aiutava alcuna volta Giuseppe a segare le asse, perocché era marangone, cioè maestro di legname.”.

Questo ci induce a ritenere che mercanti e pellegrini in Terra Santa, che viaggiavano su navi veneziane, abbiano contribuito a diffondere il nome locale, che sentivano quotidianamente, facendo parte il marangòn dell’equipaggio della nave.

Arsenale, palombari, e sommozzatori

Del resto anche arsenale è parola di provenienza veneta, diventata internazionale.

Il discorso sull’attività del palombaro, tipica originariamente del marangone, ci porta a una considerazione marginale.

Con questo suo nome è ricordato ancora in scritture tecniche toscane del Sei e del Settecento, mentre a Venezia s’insediava un suo sinonimo, cioè simioto.

Sebbene il dizionario del Boerio non consenta affatto questa interpretazione, il nome è stato identificato con quello dello scimiotto e ritenuto, quindi, scherzoso.

Invece, Simioto è propriamente l’abitante dell’isola greca di Simi, patria fin dall’antichità dei più abili tuffatori, e dalla quale proveniva la maggior parte dei sommozzatori veneziani.

Abbiamo introdotto di proposito quest’altro sinonimo sommozzatore, che dà modo di accennare a una voce, per noi recente, diffusa in tutta Italia, e limitata in origine all’area napoletana. Nudi e naturali, come i primitivi marangoni dei cantieri veneti e romagnoli, e come i pescatori di Simi, devono il loro nome -si crede- al verbo sommozzare ‘immergersi‘ e questo rappresenterebbe un lati-no ‘subputeare’, letteralmente ‘calarsi nel pozzo’.

Come si vede, qualche piccolo debito verso i dialetti, specie nelle cose di mare, l’italiano ce l’ha. Tanto più che anche palombaro sembra provenire da Venezia, dove è documentato nel 1291.

E se dobbiamo accettare l’opinione più accreditata, rappresenterebbe la continuazione di un latino tardo palombarius ‘sparviero’, al quale è fatto assomigliare per la rapidità con cui si precipita dall’alto in basso.

Il quadro ornitologico-marino sembra ora completo.

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