Arche senza pace all’abbazia della Vangadizza

2 Gen 2019Storia0 commenti

In un luogo lontano dagli itinerari turistici, giacciono due arche contenenti le spoglie di due capostipiti. Patriarchi della casata degli Estensi, precursori della Casa Reale inglese.

Alberto Azzo II e Cunegonda.

Difficile immaginare che l’attuale famiglia reale inglese abbia le proprie radici nei dintorni di Rovigo, ma questa è la storia, tra dubbi e certezze.

Ce la raccontò in parte, Camillo Corrain, nel lontano 1990, tra le pagine della Rivista.

La favola mondana…

…racconta che ogni volta la regina Vittoria scendeva nel nostro paese, inviava corone di fiori sulle tombe degli antenati che avevano scelto come ultima loro dimora corporea, la chiesa abbaziale di Santa Maria della Vangadizza a Badia Polesine.

A cominciare dalle arche dei capostipiti di Casa d’Este, Alberto Azzo II, morto ultracentenario, e di sua moglie Cunegonda.

La tomba di Azzo II sarebbe stata individuata secoli or sono, in seguito a lavori di restauro. Almeno secondo la notizia trasmessa da un registro, da definirsi meglio un diario aggiornato del monastero, intitolato Memorie che servono alla storia della insigne Abbazia della Vangadizza.

Il guaio è che la riscoperta dell’arca marmorea attribuita ad Azzo II, rimane tuttora insicura, essendo la descrizione del tempo ammantata dal mito. Per cui è lecito sospettare che la sepoltura vera di questo leggendario marchese, si trovi ancora dispersa sotto i ruderi della basilica, o dispersa in qualche angolo del complesso abbaziale.

Qualche riflessione

L’amanuense settecentesco del suaccennato diario, nel riferire il fatto della scoperta sbaglia persino il nome dell’Estense. Confondendolo con uno alquanto postumo in ordine genealogico.

Vale la pena di riportare il brano, per offrire al lettore di assaporare lo stile e il criterio storico posseduti da un semplice frate del ‘700:

Nell’anno 1334 – sotto lo stesso abate Severo si aperse uno dé sepolcri di marmo ch’erano nella chiesa abbaziale, ed ora situati si veggono dai lati della porta maggiore di essa al di fuori, nel qual ritrovaronsi due teste, ed ossa di due persone, coperte di un drappo d’oro, maschio e femmina, si rilevò da alcuni versi latini intagliati in pietra cotta pur là dentro rinchiusa, ch’erano i corpi di Conegonda figlia di Guelfo IV – duca di Baviera – sepoltavi l’anno 1057, e di Alfonso IV – marchese d’Este suo marito, di cui non si esprime l’anno del suo deposito. Questi versi stanno trasferiti nel libro V cittato delle Memorie a cart. 4.

Volendo indulgere alle fantasticherie in voga sino a ieri sull’identificazione della tomba in questione, vale la pena riportare pure quanto scritto dall’attento storico atestino, Isidoro Alessi nel suo lavoro Ricerche istorico-critiche delle antichità di Este, edito a Padova nel 1776, a pagina 439:

L’anno 1334 – per ristaurar quella chiesa, si dovette aprir l’arca, e rimuoverla dal suo sito. Vi si trovaron l’ossa di due persone appostamente collocate; e coperte, per quanto potè comprendersi , di un drappo tessuto d’oro.

Sotto il cranio d’una di esse v’era una lastra di terra cotta; in cui era inciso un epitaffio di vari versi, che la manifestavano per Cunegonda…

Precedentemente, la scoperta aveva destato l’interesse del Bronziero (1628), del Muratori (1641), e più tardi del Giuriati, Campagnella, gli annali Camaldolesi, e del Gennari (1804).

La piastra in terracotta

Rimane però stupefacente come tutti questi studiosi, che dovrebbero aver attinto più o meno direttamente da un originale registro delle memorie del tempo dell’abate Severo Senesi, nel quale era narrata l’apertura delle arche, con la trascrizione dell’introvabile piastra di terracotta… abbiano invece riportato lo scritto ivi inciso, con diverse discordanze.

Le varianti riguardano non solo la ripartizione epigrafica, ma anche parti del contesto.

Attenendosi alla trascrizione riportata dal Baruffaldi, che si rifà al manoscritto del Campagnella, esistente presso l’Accademia dei Concordi a Rovigo, il quale avrebbe ricopiato dall’originale delle anzidette memorie, la scrittura dice:

“Vinta Cunegonda ha avuto lo splendore della corona regale. Non c’è stato nessuno più nobile nel mondo. Sono nata tedesca dal seme del grande Wlefonte, imperatore, questo fu il titolo. Il mio uomo fu egregio e il popolo ricco più di quanti esistono in Italia. Mio marito Azzo saggio grande marchese risplende che credo conservi memoria di me. Durante la vita Dio concesse a noi un figlio che fu detto Welfonte e fu condottiero potente e pio. È peccato violare questo avello, non mi allontanerò da quì finché non risorgerò nella vera carne.”

La scritta riguarda quindi la famosa moglie Cunegonda, detta altrimenti Cuniza, o Cunza, figlia del conte Guelfo di Altorf, signore di Ravensburg, nella Carinzia.

Discendenza della casata

Da Cunegonda, Azzo II ebbe il figlio Guelfo, che successe alla zio materno nella contea austriaca, a sarebbe capostipite della Casa di Brunswick e Wolfembuttel, e dell’Elettorato di Hannover, dinastia ora regnante in Inghilterra.

Dalla seconda moglie, Garsenda, figlia del conte Ugo del Maine (Le Mans in Francia), il più longevo degli Estensi ebbe due figli, Ugo e Folco.

Inutilmente Azzo cercò d’inserire il primo nella contea francese, sfruttando le occasioni propizie, ma non tuttu i figli ereditano le doti o i difetti del padre. Di Ugo si può dire che non avesse affatto la stoffa per governare. Mentre attraverso Folco si originò la Casa d’Este.

Riconducendo ora il discorso alla arche, dando per scontato che il secondo scheletro, o quel che ne rimaneva, fosse proprio di Azzo II, è ancora da stabilire se l’arca identificata nel 1334, sia tra le arche a orecchioni ancora osservabili all’entrata della chiesa, oppure nel chiostro.

Posizione delle arche

Già il nostro amanuense del diario del monastero, aveva indicato la sepoltura di Azzo II in una delle due arche. Il Baruffaldi la ritrova invece nella cappella, unico resto della basilica, salvatosi dalla distruzione imputabile alla grettezza e alla stupida avidità dell’uomo, per recuperare materiale da costruzione.

Lo stesso Baruffaldi era dell’opinione che delle due arche, di Azzo e Cunegonda fosse quella senza alcuna scultura e incisione, mentra l’altra -che reputava più recente- con i simboli scolpiti di un cerchio a intreccio tra due croci bizantine, la individuava quale sepoltura di un altro grande Estense, Azzo VI, il cui corpo fu trasportato alla Vangadizza da Verona, subito dopo la sua morte, nel novembre del 1212.

Le memorie della Vangadizza sull’attribuzione di una tomba a questo Estense sono questa volta mute. Ma ne parlano il Pigna, il Bronziero, il Muratori, l’Alessi, il Sardi. Tutti rifacendosi allo Scardeone.

Egli, storico padovano del secolo XVII, nelle sue ricerche presso il monastero vangadiciense, avrebbe rinvenuto l’elogio inciso su una lastra di marmo che doveva indicare l’arca di questo Azzo.

La sepoltura, stando allo Scardeone, sarebbe stata riutilizzata come fonte battesimale nella chiesa parrocchiale di Badia. È doveroso ricordare che il Baruffaldi dubitava dell’autenticità dell’epitaffio di Azzo VI, scoperto dallo Scardeone, ritenendolo troppo elaborato e classico per essere stato composto nel ‘200.

Il Bronziero a sua volta precisa che le ossa del Marchese sarebbero state trasportate a Ferrara, mentre l’arca, come detto dal precedente studioso, si trovava a fungere da fonte battesimale.

Poi aggiunge che, al suo tempo, questa presunta arca marmorea di Azzo VI avrebbe preso un’altra strada: la cassa sarebbe finita in una corte rurale di Salvaterra, proprietà dello zio Marcantonio, mentre il coperchio, con la raffigurazione scolpita di una croce affiancata da due pavoni, sarebbe stata usata, sempre come fonte battesimale, nella chiesa parrocchiale di Borsea, allora nella giurisdizione vangadiciense, presso Rovigo.

…e altre incertezze storiche

Su una faccia dell’arca della corte di Salvaterra, erano rilevati vari simboli e scritte di carattere non religioso: una ruota nel mezzo, due cimieri con ornamentazione a testa d’aquila, ai lati, un nastro disposto verticalmente, quasi tenesse in sospensione la ruota, con incisa la misteriosa scritta Worbas, mentre lungo il bordo superiore erano intervallate le lettere determinanti la sigla NL. AL.

A suscitare il vespaio della critica storica sulle fantasiose interpretazioni dei simboli, delle scritte e della funzione dello stesso manufatto, contribuì con accanimento il Baruffaldi [del resto, il nome stesso…], studioso serio e caparbio delle antichità di Badia, e in particolar modo del cenobio vangadiciense.

Egli dimostrò con argomentazioni documentarie che l’asserita tomba di Azzo VI -della quale era rimasta la sola facciata- non sarebbe stata altro che la vasca di una pubblica fontana, risalente al XV secolo. Assegnazione avallata dal paleografo Vittorio Lazzarini dell’Università di Padova.

Sembra che il voler spacciare vasche e abbeveratoi, per sarcofagi di spoglie illustri, fosse cosa frequente nei secoli passati. Ci ricorda infatti le vicende della presunta tomba di Giulietta a Verona.

Le arche in epoca recente

Il cimelio, dopo una sosta nell’atrio di palazzo Picinali di Badia, fu trasportato nel 1927, con il permesso della Soprintendenza ai Monumenti, a Ferrara, per essere murato nella Torre della Vittoria, dove tuttora può essere osservato.

Le due arche visibili oggi ai lati dell’entrata ai ruderi della Vangadizza, mostruosamente rialzate su un basamento colonnare, non avevano anch’esse mai avuto requie. Con spostamenti frequenti fuori e dentro l’edificio. Il Bronziero e il nostro amanuense asseriscono che si trovavano all’esterno; mentre il Baruffaldi li colloca nell’unica cappella rimasta in piedi.

Oltre agli Azzi I e VI, ebbe sepoltura nel monastero anche un altro Estense, un certo Alberto, figlio di Folco I, morto nel 1184. Ma non si sa indicarne la sepoltura.

Rimane ancora il dubbio, quindi, di chi fossero le ossa, ritenute di Azzo V, trasportate a Ferrara.

Concludendo, è lecito affermare che le ceneri degli Hannover non hanno mai avuto pace.

Oggi…

Nonostante questi retroscena piuttosto inquietanti, la favola che le arche imponenti della Vangadizza contengano i resti mortali di Azzo II e Cunegonda, fondatori della Casa d’Este, e del figlio Guelfo, capostipite dell’Elettorato di Hannover, da cui discendono i reali inglesi, continua a trovare sempre nuovi sostenitori.

Tutti sono concordi nel ritenere valido il racconto della tradizione antica.

Anzi puntualmente riferiscono, senza dubbi o perplessità, delle corone di fiori inviate dalla Regina Vittoria, ogni volta che scendeva nel nostro paese.

Arche Estensi

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