Stendhal a Padova nel 1815

17 Dic 2018Personaggi0 commenti

Articolo apparso nella Rivista del febbraio 1990, a firma di Dante Bovo. Il post cartaceo  rientrava nella rubrica ‘Stranieri in Veneto’. Così come Goethe prima di lui, anche Stendhal fece il suo tour alla scoperta dell’arte e della cultura d’Italia, coprendo le distanze in vetturino, o in barca.

Stendhal in Italia

Non poteva andare diversamente per il giovane grenoblese Henri Beyle, spirito inquieto, cuore caldo, e giovinezza svagata. Ancora incerto del suo avvenire, ma legato più o meno volentieri alla grande armata napoleonica.

Henri Beyle, che prenderà il più celebre nome di Stendhal, da un paese germanico non lontano da Braunschwigh (aggiungendovi però una h) ha colto e assaporato ben presto tutti i piaceri del viaggiatore.

Del viaggiare da soldato, ben inteso, per allora. Cui ha aggiunto via via altri piaceri: le donne, la musica, il teatro, l’arte, il conversare, i caffè. Il piacere insomma di godersi la propria libertà, e di prediligere certi interessi che andava coltivando insieme a quella che sarebbe stata la sua carriera di scrittore e, in particolare, di narratore.

Non poteva non accadere che il giovane militare, appena 17 anni nel 1800, capitato a Milano dopo il battesimo del fuoco davanti al forte di Bard [Valle d’Aosta. N.d.R.], vi ritornasse a 28 anni, nel 1811, e vi incontrasse il grande amore: l’Angela Pietragrua, la Gina, o lady Simonetta come la chiamerà nei suoi diari di viaggio.

Henri Beyle – Stendhal

Milano-Mosca e ritorno

Nel 1812 va in Russia, assiste all’incendio di Mosca, è ferito, e la convalescenza preferisce trascorrerla a Milano.

Deluso dalla disfatta dell’armata napoleonica, decide di espatriare e di stabilirsi a Milano, nel 1814, per interessarsi in maniera approfondita alla musica e all’arte italiana.

Così a poco a poco nasce lo scrittore che pubblicherà con difficoltà e successi alquanto scarni, le sue prime opere.

Ma già si è affermata la grande passione di viaggiare che ora si esprime non solo attraverso una più viva attenzione a tutti gli interessi che già sappiamo, compresa la caparbia passione per le varie fiamme amorose che lo richiamano o che insegue nei vari luoghi, in Francia e in Italia, ma soprattutto nel grande, incondizionato, amore per l’Italia.

A Padova

Padova, indubbiamente fu uno dei luoghi più amati. Le occasioni per visitarla furono parecchie. Di alcune ha lasciato testimonianze dirette: nell’epistolario, nella immediatezza del diario di viaggio, rimasto inedito per anni, A Journal of a tour to Venezia and Padova (june 1815); nell’altra raccolta di  impressioni di viaggio dal titolo: Rome, Naples et Florence en 1817 e poi in ricordi precisi inseriti in altre opere, come La certosa di Parma (1839) e Vittoria Accoramboni, una delle novelle delle Chroniques italiennes.

Sarà bene dire subito che Padova, come del resto altre località italiane, fa da sfondo a brani di vita privata, sentimentale piuttosto che letteraria.

In A Journal of a tour to Venezia and Padova, alla data del 17 luglio 1815, inizia proprio da Padova il suo ‘diario di viaggio’. Trascrive un episodio raccolto al caffè padovano del Principe Carlo: “Inizio questo diario con il bell’aneddoto che mi ha raccontato l’altro ieri il conte Bragadin e che quasi stavo per dimenticare”.

Il fatto in se è una vera e propria chiacchiera, raccolta appunto tra gli habitués del Caffè del Principe Carlo, allora al palazzo Angeli (già Memmo, già Bessarione) in Prato della Valle [esiste ancora un caffè/gelateria, in quel luogo, ma senza prestigio storico. N.d.R.].

Si tratta di una storia d’amore che concerne una ‘vénitienne charmante’.

Presunto ritratto di Lady Simonetta

Lady Simonetta

Il valore del racconto sta nel fatto che il giovane Stendhal nel 1815, partecipò alla vita padovana insieme al bel mondo che frequentava i caffè; allora più di oggi, luoghi privilegiati per la bella società, dove le dame, i nobili, i ricchi, gli artisti e gli ufficiali si incontravano. Conversavano abbandonandosi al pettegolezzo.

Egli stesso viveva la sua storia d’amore con la Gina, che in questo diario chiama lady Simonetta.

E non era una storia semplice e tranquilla. La bella Simonetta era indecisa tra Padova e Venezia per trovarsi un alloggio.

Proveniente da Milano, da dove era partito il 12 luglio, Stendhal dopo aver dormito a Verona, riprende la strada in ‘sédiole’ per giungere a Padova. Ha speso 20 franchi per 10 ore, quando ne bastavano 15.

“È stato a Padova -annota- che ho cominciato a vedere la vita alla veneziana, le donne nei caffè e la vita di società che finisce alle due del mattino. L’allegria, i facili costumi, rendono questa città di gran lunga da preferire a Milano.

Il 16 luglio a Padova, sono ritornato per andare a dormire alla Croce di Malta, alle due e un quarto.

Il 19 luglio, alle due e mezzo, avevo letto la capitolazione di Parigi; tutto è perduto, anche l’onore.

Il 20 luglio, ho invitato a cena sette persone, tra cui il F.: unica nobile maniera di rifarsi per uno straniero che riceve delle gentilezze, e che così taglia netto in un paese ragguardevole per l’avarizia delle cene.

L’altro giorno, cena per quattro persone sempre presso l’eccellente ristorante Pedrocchi, il migliore d’Italia e quasi eguale a quelli di Parigi”.

Vita e stati d’animo

Annota altri episodi, ma il suo cuore è rattristato, forse deluso, visto che confessa:

“Sarei contento, se potessi strapparmi il cuore, mi dicevo a Padova, durante un accesso di malinconia”.

Si distrae, leggendo le Lettere Sirmiensi dell’Apostoli. Passa due ore e mezzo nell’appartamento che l’arricchito O. vuole affittare a Simonetta.

Va all’Ospedale a vedere un basso rilievo del Canova, agli Eremitani ad ammirare un quadro del Reni e gli affreschi del Mantegna.

Fa visita anche al cantante Pacchiarotti, celebre castrato in pensione, e al suo bel giardino.

Tra le indecisioni piuttosto capricciose di lady Simonetta, la storia d’amore si dipana con difficoltà.

Stendhal fa la spola tra Padova e Venezia, finendo con l’annoiarsi.

Il 26 luglio prende la barca sino a Mira, poi in carrozza si avvia a Padova, per giungervi verso le 18, dove -afferma- “sono stato accolto nel modo più semplice e con un fondo di grande tenerezza. La naturalezza, la mancanza di progetti è ciò che mi da il maggior piacere. Sono estremamente contento di questo viaggio”.

Impressioni sulle vite sociali

Dopo questa testimonianza di una notevole tensione tra i capricci di Simonetta e il piacere di vivere alla veneziana, in Rome Naples et Florence en 1817, di Padova annota altre impressioni.

Questa volta Stendhal appare più tranquillo e con meno sottintesi annota tutto quello che veramente l’appassiona.

“Da Rovigo, donde ero partito, a mezzanotte con un tempo da lupi, giungo a Padova. Non c’è contrasto più impressionante di quello che offre il confronto tra gli Stati del Papa e il Veneto.

Quì la voluttà è in onore. Tutti i volti sono aperti. La gente ride, scherza, parla ad alta voce.

Le persone cui soltanto ieri ho consegnato i miei biglietti di presentazione, oggi sono già dei vecchi amici. Una cordialità espansiva che in Italia mi stupisce.

Mi presentano a tutte le signore che si riuniscono dalle otto alle nove al Caffè del Principe Carlo. Lo spettacolo di questa società brillante per naturalezza e vivacità, nella città più povera di questa terra, ricorda per contrasto la musoneria dei ginevrini. E costoro pretendono di avere il monopolio della saggezza”.

Ancora Padova

Continua con tono felice:

“Da quando sono arrivato, tutte le sere mi invitano a cena alle tre del mattino all’ottimo ristorante Pedrotti (si legga Pedrocchi). Il tempo mi vola via senza che me ne accorga: vivo beatamente in compagnia di venti o trenta amici intimi, di cui fino a otto giorni fa non conoscevo neppure il volto.

La sera vado nel palco di Pacchiarotti a parlare dei bei giorni della musica. Mi racconta che a Milano gli facevano ripetere sino a cinque volte lo stesso pezzo.

Ha ancora tutto il fuoco della giovinezza. Si sente che l’amore è passato su quest’anima, e, come sapete, è un castrato.

Ha avuto la ricercatezza di portare qui  i più bei mobili di Londra.

Nel suo giardino all’inglese, proprio nel centro della città, fra Santa Giustina e il Santo, possiede la torre in cui il cardinale Bembo passò i più begli anni della sua vita, scrivendo la sua storia sulle ginocchia dell’amante.

Quest’anima che scoppietta in tutti i gesti di Pacchiarotti e che, a settant’anni, lo rende ancora sublime quando si degna di cantare un recitativo, si fa un po’ beffe della teoria.

Ho imparato di più, in fatto di musica, in sei conversazioni con questo grande artista, che in tutti i libri del mondo: è l’anima che parla all’anima“.

Una sua teoria sul carattere dei veneti

“Ho passato quattro giorni nei Colli Euganei, ad Arquà, ultimo soggiorno del Petrarca, e a Battaglia, località celebre per i suoi bagni.

È alle acque che si spiega tutta la letizia naturale del carattere veneziano.

“Vi ho incontrato il conte Bragadin. NIente di artificiale, niente di pedantesco, niente di toccato dal soffio letale della vanità, nell’amabilità folle che è tipica dei veneziani.

È lo zampillo della felicità, della felicità conservata malgrado le circostanze ordinarie della vita.”

Continua in un’analisi piuttosto perspicace sui caratteri che contraddistinguono i veneti in rapporto ad altri italiani. Sui differenti modi di vivere degli italiani e dei francesi, per finire -il 19 giugno- a raccontare dei tedeschi, a proposito di “un gran bel giovane tedesco, ricco, biondo, aria da gran signore”, che gli ha parlato con entusiasmo di “certi pantaloni larghi che si vogliono imporre in Germania”.

Il 20 giugno scrive:

“Infine, dico addio con le lacrime agli occhi ai miei cari padovani e prometto di ritornare alla festa del Santo, ad agosto, quando la popolazione sarà raddoppiata.”.

Non aveva ancora appreso bene le date festive. Per il lettore foresto, Sant’Antonio è celebrato a Padova il 13 giugno.

Lasciare Padova, e tornarvi ancora

Se ne va a Venezia, poi visita altri luoghi del Veneto e il 15 luglio è a Milano, dove annota:

“Ho attraversato Padova senza fermarmi: non avevo voglia di parlare”.

Alcuni anni dopo, verso la fine del 1830, un altro soggiorno a Padova segnò una importante occasione per lo scrittore.

Ricordandosi dei vecchi amici e, in particolare, d’un canonico, conosciuto in un soggiorno precedente e presso il quale aveva preso alloggio, pur sapendo ch’era già morto, volle rivedere il salotto dove aveva trascorso molte ore in piacevole compagnia.

Il nipote del canonico fece giungere dal caffè Pedrocchi un eccellente zambajon. Appunto chiacchierando ed evocando altri conversari, salta fuori la storia della Sanseverina e degli intrighi alla corte di Parma, che diedero la prima materia per il romanzo La certosa di Parma, come si legge nell’Avertissement, in data 23 gennaio 1839.

Padova per Stendhal

Al narratore Stendhal, Padova diede non poche suggestioni con qualche imprecisione -ma nel suo caso il peccato è veniale- per raccontare la drammatica storia della duchessa di Bracciano, Vittoria Accoramboni, l’infelice poetessa che, resa vedova, cercò protezione presso i potenti Orsini.

Un altro ricordo, anche se marginale, ma significativo a proposito delle sue conoscenze padovane, lo testimonia in modo alquanto sbrigativo quando stende alcune informazioni ad uso del cugino Romain Colomb per il suo viaggio in Italia, nel marzo 1828.

A proposito di Padova, lo informa che

“Santa Giustina è una delle chiese più belle del mondo; il Prato della Valle, con le sue statue, tra le quali si trova la prima opera del Canova, merita di essere visto.

A Padova, bisogna poi vedere il più grande salone esistente, la chiesa di Sant’Antonio, la statua equestre e il monumento del Canova.

Le donne che sono graziose, hanno come ritrovo il Caffè del Principe Carlo. In una sola sera sono stato presentato a ventidue dame che, il giorno dopo, parlandomi, mi chiamavano visscere mie.

Eventi a Padova

cari padovani si ricordarono di Stendhal. Il 17 novembre 1956, fu inaugurata una targa in suo ricordo nella Sala Bianca del Caffè Pedrocchi, a cura del Circolo Italo-francese e su iniziativa del suo presidente, nonchè elegante traduttore stendhaliano, Diego Valeri

La targa in rame, su disegno di Giorgio Peri, riproduce il volto dello scrittore e il brano dell’Avertissement, in cui dichiara la nascita, a Padova, del romanzo La Certosa di Parma.

Dopo l’inaugurazione, Victor Del Litto, il più attento studioso stendhaliano, tenne una conferenza sul tema: ‘Actualité de Stendhal’.

Ancora al Caffè Pedrocchi, il 1° maggio 1990, sarà ricordato Stendhal in occasione di una giornata dedicata a ‘Stendhal a Padova, nel 1815. Il Caffè Pedrocchi e le certose‘, e di una mostra su ‘Padova, da Napoleone all’Austria’.

Oggi…

Oggi, pochi padovani conoscono questa storia della propria città. Sempre meno in futuro. Oggi si vive dell’effimero che dura un attimo. Solo l’informazione dell’ultima ora ha qualche valore. Le cose dell’anno scorso sono già dimenticate. Figuriamoci quelle di 200 anni fa.

Il Caffè Pedrocchi è ora proprietà del Comune di Padova. Entrandoci, si respira l’atmosfera di una vecchia gloria in decadenza. Tutto sa di stantio. Sembra più un odore di decomposizione, che di antico. Ma resiste.

Del Caffè al Principe Carlo, nell’angolo nord-ovest del Prato della Valle, rimane un’ancor più pallida eredità: un’anonima caffetteria gelateria, nella quale oggi nessuno immaginerebbe dei trascorsi degni del Quadri al Venezia.

Pedrocchi

ex Caffè Principe Carlo

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