Hugo Pratt il padre di Corto Maltese

6 Dic 2018Personaggi0 commenti

Come detto del post d’apertura di questo sito, la Rivista che costituisce la più bella fonte conoscitiva della regione Veneto, si interessava spesso anche ai personaggi famosi. Anche se famosi nel solo àmbito culturale. Così, nel secondo numero della pubblicazione, febbraio 1990, Carlo Della Corte intervista Hugo Pratt, il padre di Corto Maltese.

Il famoso fumettista morì a Losanna, cinque anni più tardi.

Carlo Della Corte, sarebbe mancato dopo dieci.

Noi, conoscemmo a nostre spese, il valore delle opere di Hugo Pratt. Un caro amico di famiglia, negli anni ’70, ci faceva dono di alcuni numeri da collezione. Una serie di albi disegnati dai diversi nomi allora famosi. La serie si intitolava ‘Un uomo un’avventura’. Hugo Pratt firmava un paio di quegli albi. Noi ne avevamo uno. Parlandone con il maestro che avevamo -alle elementari- questo chiese: “me lo presti??”.

Lo prestammo. E non lo rivedemmo mai più. La tentazione di fare nome e cognome è forte, ma sarebbe poco elegante.

Anni dopo, a un mercatino dell’antiquariato, vedemmo quella serie. Parlando con il ragazzo che vendeva, raccontando l’aneddoto, e chiedendo il valore della serie, ci sentimmo rispondere:

“Il maestro ve l’ha fatta. Di fatto, a dare valore all’intera serie… sono i due albi di Hugo Pratt. Senza quelli, non vale quasi nulla.”

Tempo dopo, recuperammo i due albi, in internet. Ma non per vendere la collezione.

 

Il fumetto…

A oltre novant’anni dagli esordi diciamo così ufficiali del fumetto, il suo ‘specifico’ è ancora nebuloso. Gli si accreditano ricche possibilità espressive, si promuovono i suoi autori nell’olimpo degli artisti, ma dopotutto viene ancora considerato un po’ come la bassa forza, il figlio spurio e bastardo vuoi della letteratura, vuoi della pittura e ancora meglio del teatro e del cinema.

Quest’ultimo non troverebbe ragioni per vantarsi del passato fumettistico di qualche suo artefice.

Se John Ford avesse, prima di Ombre Rosse, inventato qualche strip western, la notizia sarebbe fornita a titolo, di corredo meramente aneddotico, non certo a scopi promozionali nei confronti della decima musa.

Invece il fatto che Fellini negli anni Quaranta, prima di sbocciare quale autore cinematografico, avesse creato storielline per i giornali umoristici e sceneggiato, nel periodo dell’autarchia, le avventure dell’eroe americano Flash Gordon, fa ormai parte dell’agiografia del fumetto, che vive questo episodio a garanzia della propria qualità, usando il maestro di Rimini come il più autorevole testimone delle proprie latenti virtù.

…e i suoi stili

Si, latenti e non chiare anche e tanto più in questo caso, nel quale Fellini sembra riassumere, con la sua bipolarità in tempi diversi (quelli del Bertoldo) di scrittore-disegnatore e di solo scrittore (quelli di Flash Gordon), la querelle irrisolta che vede appunto il fumetto tributario in misure indefinite del mondo della parola e di quello dell’immagine.

Esso è confezionato mediante dosaggi molto personalizzati. Si pensi a un Jacovitti, dove la verbalità spesso quasi seppellisce la parte disegnata. Un po’ come avviene nella scuola franco-belga, dove autori come Hergé e Jacobs hanno privilegiato gli elementi dialogici, affidando a essi una percentuale persino eccessiva degli sviluppi narrativi.

Mentre altri fumettisti (valga per tutti il caso dell’americano Foster), cancellerebbero volentieri ogni segno di verbalità per affidare tutto all’elemento iconico, arrivando, per non sciupare troppo il disegno, a omettere il balloon, mimetizzando le parole possibilmente all’interno di zone neutre, sopra campiture di colore non impegnate da altri segni.

Quale stile?

Insomma, l’oscillazione è vistosa, poiché si passa dall’enfatizzazione di un elemento a totale scapito dell’altro. Tuttavia (anche se in questa sede non vorremmo avere l’aria di chi ha scoperto l’acqua calda), sempre camminando sulla traccia di questo famoso specifico, ci pare almeno di poter osservare che una strip senza parole -per esempio il Little King di Soglow– è ancora accettata come un fumetto, mentre ovviamente non sarebbe più tale il contrario.

È quindi abbastanza stupefacente la trascuratezza verso questo aspetto essenziale da parte di chi, da una trentina d’anni a questa parte, indaga anche in Europa su questo mezzo di comunicazione di massa, sulla sua potenzialità espressiva e sulle sue realizzazioni.

Hugo Pratt

Prendiamo, tanto per fare un’esemplificazione abbastanza agevole, data la notorietà internazionale delle sue creazioni, un fumettista come Hugo Pratt, che è diventato una bandiera del fumetto nobile e di grande qualità.
Su di lui, e sul suo personaggio Corto Maltese, si sono rovesciate valanghe di giudizi. 

Sono stati addirittura scritti libri, alcuni pregevoli, quale Corto come un romanzo di Gianni Brunoro, ma l’ottica è quasi sempre svariante dal sociologico all’antropologico, e se si tenta qualche valutazione di ordine estetico è sempre, o quasi, ancorata al piano letterario.
Si citano Conrad, Stevenson, oppure -bene che vada- ci si riferisce, restando all’interno del fumetto stesso, a qualche immediato predecessore di Pratt, dal quale quest’ultimo, magari per sua stessa ammissione, ha tratto spunto, come l’americano Milton Caniff, che ha conosciuto i momenti di maggior splendore tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Sessanta [del Novecento. N.d.R.], quando Hugo Pratt era giovane e stava cercando una sua chiave grafica.

in ambiente accademico

Eppure Pratt,sia pure all’interno delle manifestazioni del carnevale veneziano trasferite temporaneamente in riva alla Senna, è stato ospitato, due anni fa [1989, in occasione della sua entrata agli alti gradi della massoneria, in quanto membro della Loggia di Venezia. N.d.R.] come gli impressionisti, al Grand Palais di Parigi, dove la sua mostra ha registrato un successo di critica (ma soprattutto di quella che si occupa di fumetto) e di pubblico, notevole.

Quindi nemmeno un’occasione così esemplare è riuscita a smuovere del tutto certe incomprensibili pigrizie, legate ancora al fatto che la grande querelle nata all’apparire del fumetto, fu impostata soprattutto sui suoi aspetti pedagogici e che fino a non molti anni fa si andava avanti a discutere -assumendolo prevalentemente come fenomeno destinato ai ragazzi- sui guasti irreparabili che avrebbe contribuito a provocare, distogliendo i giovani dalle sane letture dei cosiddetti classici.

Il fumettista è un pittore

Qualche anno fa Hugo Pratt, (che come si sa, gira il mondo, tenendo però ferme due basi: la casa di Malamocco, al Lido di Venezia, e quella di Losanna) prima di esporre a Parigi, era stato ospitato dalla Bevilacqua La Masa di Venezia.

Ricordiamo bene un’altra mostra, questa risalente a una ventina d’anni addietro, in una piccola galleria vicino a campo San Filippo e Giacomo. Nella quale il maestro di Malamocco (come l’ha ribattezzato Oreste Del Buono) si esibiva come pittore -pittore, di area vagamente e intelligentemente pop- impegnato per esempio nelle parafrasi delle dechirichiane muse inquietanti, ingrandendone e fissandone un dettaglio in una delle proprie vignette, come un Roy Lichtenstein più geniale.

Capace di essere autogeno e di lavorare in proprio, senza doversi appoggiare a opere altrui: comunque, una citazione non casuale ma perfettamente cosciente di ciò che negli stessi anni stava ribollendo nel mondo dell’arte.

Hugo Pratt attirava forse per la prima volta l’attenzione sul fatto che un fumettista era anche e sempre, un pittore.

Il fumetto in vari contesti

Sarebbe curioso poter stabilire quali siano stati i reali influssi culturali subiti da quelli che un critico dell’illustrazione in genere, del fumetto in particolare, acuto come Antonio Faeti, chiama i figurinai: cioè gli artigiani, talvolta magari con impennate artistiche, che da Gonin a Mossin illustrarono la romanzeria nostrana dell’Ottocento e dei primi Novecento, talvolta, come Mussino e Rubino, travasandosi poi per l’appunto nel fumetto.

Sapere insomma il grado di consapevolezza di questi figurinai, la loro attenzione alle mostre ufficiali, gli influssi assorbiti, scoprire se un Carlo Chiostri conosceva i macchiaioli, e se sì come, se certe illustrazioni lacustri dei Promessi Sposi fossero intenerite da certe mollezze di Previati o quanto “i monti sorgenti dall’acque” conservassero dello stigmausata come sinonimo di marchio, segno distintivo, in riferimento alla disapprovazione sociale di alcune caratteristiche delle rocce di Segantini, una volta passati attraverso la decantata contemplatività del disegnatore toscano.

Discorso che, riferito alla scarsa motilità dell’epoca, al clima angusto, alla scarsa (perlomeno a fronte di quanto accade oggi) circolazione delle idee, trova una sua legittimazione, perché si ha la sensazione che la vecchia borghesia emarginasse certe attività.

Per un Dorè che faceva breccia nel cuore di una moltitudine di consumatori di libri famosi, c’erano un’infinità di più rozzi Tancredi Scarpelli che illustravano la Divina Commedia per editori poveri come il Nerbini. Aggirandosi tra i dannati dei giorni infernali come in un trattato, più che di bassa anatomia, di bassa macelleria, con lugubri e livide spoglie quasi animalesche, in cui sia pure rudemente e chissà per quali mai vie, rilucevano ricordi, goffi e impoveriti finché si vuole, persino del Mantegna, di un Cristo veduto magari soltanto attraverso una riproduzione dei maghi Alinari.

Consacrazione di Hugo Pratt

Fu appunto al tempo della mostra Bevilacqua La Masa che questa consacrazione praticamente ufficiale in casa sua, ci indusse a chiedere a Hugo Pratt qualcosa di più sulle predilezioni pittoriche. Sulla sua genesi o meglio l’albero genealogico o addirittura gentilizio, alla vista anche di certi notevoli acquerelli accostati alle tavole di Corto Maltese.

Hugo Pratt aveva dichiarato, per l’occasione, che credeva di vedere nell’arte soprattutto un grande palazzo, con tante stanze comunicanti tra loro. In una abita la pittura, nell’altra il cinema, in un’altra ancora il fumetto, e via seguitando: comunque tutti alla pari, sotto lo stesso tetto.

Aveva aggiunto: “Non seguo le mode. A volte gli artisti più reclamizzati, magari quelli che hanno alle spalle un partito capace di imporli, sono i meno convincenti. Credo nell’orditura generale della storia dell’arte, nella screziatura del suo tessuto. Credo anche in tanti ‘minori’ che non hanno avuto l’opportunità di essere riconosciuti grandi o che hanno avuto il loro momento e poi sono stati dimenticati.”

Richiesto di fornire qualche coordinata, aveva specificato che si sentiva in debito con molti. Per restare a Venezia, Hugo Pratt indicava come assai importante per lui quel tipo di pittura tra la narrativa e illustrativa che aveva avuto spazio tra Ottocento e Novecento.

Confessava di amare soprattutto Luigi Nono ed Ettore Tito, quella loro Venezia inseguita accanitamente, come del resto fa assai spesso anche lui nelle sue tavole a fumetti, attraverso canali, pescatori, magari seggiole impagliate, anche se poi in Pratt questi materiali vengono posti volutamente in cortocircuito grazie a baratri vertiginosi dell’esotismo, del viaggio, dell’avventura.

Riconoscimenti

Curiosamente, la sua predilezione per Tito viene ricambiata, tramite il figlio di quest’ultimo, Luigi. Anch’egli pittore di ragguardevole talento, che recentemente in un’intervista confessava di apprezzare moltissimo l’autore di Corto Maltese.

“Che cosa è la grande arte italiana da Cimabue a Giotto, a Masaccio, se non uno sterminato fumetto? Altro che narrativa! Ho scritto anche a Hugo Pratt, perché io sono un grande ammiratore di Corto Maltese. Dove c’è la narrazione, dove c’è il fumetto, lì c’è anche, forse, arte. Pratt è un formidabile disegnatore. Io me ne intendo.”

Quanto a Hugo Pratt, era lui stesso nell’intervista a insistere sulla propria venezianità:

“Per esempio, vado pazzo per John Ruskin, che tutti apprezzano di più come letterato, proprio nella sua veste di abilissimo e poetico disegnatore. E poi, lasciatemelo dire, pur stimando la vigorosa gestualità di Vedova e la rarefatta poesia di Guidi terminale, io scorgo la loro grandezza in certi disegni giovanili, dall’impaginazione perfetta. Ah, che belle certe chiese di Vedova!”

Commenti personali

Le sue predilezioni vanno evidentemente, come testimoniano anche certi suoi teneri acquerelli, a una pittura di tipo un po’ umbratile e sfumata, tanto da fargli dire che il Veronese, tanto per fare un grande nome del passato, gli dice poco, perché a suo avviso ha colori troppo trionfalistici.

Proseguendo nel suo auto-indentikit, esibendo come medaglie le sue referenze, Hugo Pratt dichiara che il suo gusto coincide con quello di modelli un po’ extravaganti, con certa pittura americana tra le due guerre e immediatamente successiva.

La pittura cosiddetta ‘rurale’ di Andrew Wyerth, manifestando -per quel che riguarda il passato- adorazione per Holbein il giovane e, tornando ai tempi nostri, o quasi, per Klimt.

Ma eccolo (ed è fin troppo comprensibile) rivalutare proprio un figurinaio, oscuro per la storia della pittura, come Giorgio De Gaspari che fu eccellente illustratore di settimanali quale Amica. Ma qui forse la stima per l’artista si confonde con quella per l’uomo, una specie di piccolo Gauguin.

Se Pratt, dopo averlo definito superbo, ne loda lo spirito di avventura, la capacità di gettarsi tutto alle spalle e di rifondare la propria esistenza:

“Era milanese, ma scocciato riparò a Pellestrina. E poi di lì, via, verso Hong Kong, verso la Malesia.”

Proprio come un ideale fratello di Corto Maltese.

Provocato con una domanda su Picasso, Hugo Pratt risponde senza esitare:

“Tanto di cappello, soprattutto al tumultuoso disegnatore… Sono convinto che, se si fosse dedicato ai comics, con quello strepitoso talento che aveva, sarebbe diventato il maggior fumettista del mondo.”

E gusti personali

A tutta questa serie di modelli, anche profondamente difformi tra loro, tutti comunque rifusi in una personale cifra stilistica dove gli apporti sono ormai inconoscibili, ci sarebbe forse, caso per caso, pagina per pagina, avventura per avventura, da aggiungere altri, che l’orecchio finissimo di Pratt filtra con estrema abilità e libertà.

Da un realismo denso ma già turbato fin dai primi approcci con il mezzo espressivo (testimoniato dell’immediato dopoguerra dalle storie dell’Asso di picche), egli è approdato a un eclettismo che, pur non cancellando del tutto la matrice realistica, ha semplificato l’apparato dei significati, alleggerendolo, riducendolo all’essenziale; e oggi gli echi degli artisti Liberty, dei nazareni, dei preraffaelliti -pensiamo alla messa in pagine, da parte di Hugo Pratt, di certe leggende celtiche, come in Burlesca e no tra Zuydecote e Bray-dunes- sono perfettamente metabolizzanti in un tessuto che ha trasparenti levità, dove certe zone della tavola prattiana, idealmente isolate, hanno addirittura parentele con i moduli della grande astrazione.

Evoluzione e ispirazione

Sempre più l’autore si è scostato dalle radici un pò argillose di una realtà di primo impatto, per affidarsi al setaccio di una cultura pittorica e grafica estrosa ma assai solida. Trasponendo gli spunti più eterogenei in un’opera, tuttora in progress, che ha tuttavia conquistato la sicura fermezza di uno stile assoluto, al quale a loro volta hanno guardato molti giovani, compreso il bravissimo Milo Manara, prima che si autonomizzasse, conquistandosi uno spazio interamente suo.

Questi sono soltanto suggerimenti a guardare al fumetto meno con l’occhio generico con cui si guarda al fatto di costume e più con quello attento al manufatto d’arte, così come si usa fare con qualsiasi prodotto che invece di essere stampato in un giornale sia ospite dei muri di qualche galleria, dove, solo in forza della sua collocazione, viene esaminato con altri, certamente più rispettosi, criteri.

In questa direzione, sia pure assai lentamente, sembra muoversi qualcosa, come il breve saggio di Gianni Brunoro sulla metodologia del disegno a fumetti ‘La parte dell’occhio’ realizzato dall’Assessorato all’Istruzione e Cultura del Comune di Monselice in collaborazione con il Centro Culturale Italiano di Zagabria.

È un’esplorazione delle tecniche più usate, dal pennino alla tempera, quindi con un’attenzione tutta puntata sull’elemento iconico, dando anche la parola agli autori, che spesso sono plausibilmente frustrati dalla disattenzione che li penalizza, tanto da giustificare l’ironica e cupa battuta di un Luca Novelli:

“Si, ho pubblicato duemila strips, cinquecento tavole e nove libri a fumetti, ma non ho ancora deciso cosa farò da grande”.

Ha ragione anche Gillo Dorfles che in un articolo nel 1985 su Alter Alter [già Linus. N.d.R.] difendeva i fumettisti dalla banale accusa di commercializzazione e consumismo imputati alla destinazione dei loro prodotti, come (spiegava giustamente) tutti si fossero dimenticati che:

“dalle piramidi alle anfore minoiche, dai tappeti persiani ai versi celebrativi di principi e papi, è stato tutto un succedersi di occasioni dove l’arte è stata soltanto apparentemente serva”.

E alla fine?

Da questa collaborazione, per molti accademici ancora servile -riaffiora la solita e usurata valutazione di stampo meramente sociologico del tutto insufficiente-, basteranno a rimuovere il fumetto autori come Hugo Pratt, Battaglia e Crepax, con il loro pedigree e i loro risultati, o faremo affondare anche loro nella geenna in cui la borghesia ottocentesca relegava i patetici figurinai, peccando quanto meno di cecità, anzi di voglia di non vedere?

Quanto a lui, Pratt, sembra infischiarsene.

Progetti?

Un film tratto dalle storie di Corto Maltese, e poi forse un omicidio a lungo premeditato, Pratt si libererà del suo odiosannato alterego, facendolo spacciare da una pallottola fascista, sulle ramblas di Barcellona, durante la guerra civile spagnola.

Non sappiamo se poi, Hugo Pratt, abbia effettivamente fatto morire Corto Maltese in quel modo. Sappiamo però, che altri autori ebbero lo stesso desiderio.

Conan Doyle, fece morire Sherlock Holmes in Svizzera, presso una cascata. Anche oggi, nel paesino svizzero luogo del lutto, c’è una statua di Holmes nella Piazza. A furor di popolo, Doyle dovette riesumare l’investigatore…

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