Fulvio Roiter il mio Veneto – intervista al fotografo

3 Feb 2019Personaggi0 commenti

Fulvio Roiter è senza dubbio uno dei veneti, e degli italiani, più conosciuti al mondo. Nel marzo del 1990, Ivo Prandin lo intervistava per la rivista ‘Veneto ieri, oggi, domani‘. Fulvio Roiter è mancato nel 2016, a 89 anni. Riproponiamo qui, il testo di quell’intervista. Ivo Prandin, autore sotto pseudonimo di libri di fantascienza, conosceva bene il fotografo. Ha scritto libri sulle fotografie di Roiter, tradotti poi in varie lingue. Entrambi veneti. Fulvio Roiter nacque a Meolo (VE) nel 1926; Ivo Prandin, nacque a Bosaro (RO) nel 1935.

Al momento dell’intervista, Roiter aveva 63 anni.

Parla Fulvio Roiter…

…ovvero un grande fotografo che con il suo terzo occhio ha esplorato per anni la terra veneta come un vasto corpo d’amore.

Roiter, di cui è da poco [da poco, nel 1990. N.d.r.] in libreria La mia Venezia, ha raccontato il mondo veneto partendo dal paesino natale, Meolo, per approdare in età matura alla magia di Venezia. Gloriosa. Malata. Dopo essere passato per la Marca Trevigiana, il Delta, Verona e le terre scaligere, Padova e i Colli Euganei. Tutti luoghi che sono altrettanti titoli di libri. Alcuni dei quali degnamente famosi.

Il platano di Meolo

Ivo Prandin: Fulvio Roiter, per parlare del tuo Veneto, vuoi che cominciamo dall’origine, cioè da Meolo? Io ricordo una fotografia, tragica e luminosa: un albero nudo vicino a casa tua, che assomigliava a una croce. Vuoi partire da lì?

Fulvio Roiter: Devo, partire da lì. Perché questo è un punto di riferimento per tutta la mia attività di fotografo. SI risale al 1948, quando avevamo ancora addosso le cicatrici della guerra.

Con la bicicletta andavo da Meolo a Nervesa della Battaglia e a Zenson. Gli stradini qualche giorno prima avevano potato i platani.

Tu sai che il platano è un albero stupendo, con una struttura fantastica, la cui foglia non cade, ma mollemente s’adagia, come è stato scritto. Il platano è una presenza  molto importante della scenografia della terra, come tante altre piante.

Quello, era strano. Non aveva la corteccia maculata, era bianco. Non solo, ma aveva due braccia. Quindi era una croce perfetta.

Per fotografarlo, ho usato un treppiede ancora primordiale, e mi sono piazzato nel fossato di fronte.

La fotografia fu poi pubblicata esposta a Milano, alla Mostra Della Fotografia europea, alla Galleria di Brera. Ci pensi? A vent’anni mi sono trovato assieme ai grandi.

Meolo

Nervesa della Battaglia

Zenson

L’inizio…

Ivo Prandin: Così hai cominciato.

Fulvio Roiter: Sì. Ero carico di idee, non dirò sovversive, per quanto riguarda la fotografia, ma forti. Avevo un amico straordinario, di origine contadina, fantastico e intelligentissimo, Giovanni Bergamo. Con lui elaboravo teorie sulla fotografia. A quel tempo facevo tutto in casa. Sviluppavo in casa. Per cui mi mancava un dialogo con altri fotografi. SI era in provincia, ed era il 1948-49.

Allora per me è stato straordinario scoprire che si era creato a Venezia il Circolo Fotografico La Gondola. Il suo presidente, Paolo Monti, di una generazione più avanti di me, è stato il mio padre putativo.

Ogni giovedì andavo a Venezia per partecipare alle riunioni serali. La prima volta chiesi a mia madre 500 Lire [circa 25 centesimi di Euro. N.d.r.], me ne servivano 300 per l’albergo. Ma il secondo giovedì non ebbi il coraggio di chiedere altri soldi. Finita la riunione, verso mezzanotte, andavo alla stazione e mi mettevo a dormire in uno scompartimento di prima classe.

Quando il treno partiva, al mattino, passavo in terza per tornare a casa.

Questo è durato per un paio d’anni.

L’influenza del Veneto

Ivo Prandin: Si può dire che il Veneto ti ha aiutato a diventare quello che sei, con il suo paesaggio, con la sua cultura?

Fulvio Roiter: Direi dagli anni 1945-50 non c’è metro quadrato a Meolo, dove io non abbia messo i piedi per fotografare.

Sono partito dal nucleo famigliare. Prima i miei. Poi l’orto. Ho fatto fotografie incredibili sull’orto d’inverno. L’orto, con i canneti, con la luce  bassa, creava delle geometrie di luce straordinarie.

Andavo sempre in giro con una foglia di platano, perché è molto plastica e molto resistente. La mettevo dove ritenevo più opportuno. Oppure fotografavo il mais spelacchiato, a novembre, contro un cielo di nubi a pecorelle. E mi ricordo il titolo: Spasmi. Perché era in controluce, e non era più il mais elegante, stupendo. Era tutto massacrato. Senza la pannocchia. La cima non era più perfetta.

In Sicilia

Ivo Prandin: Però c’è stato anche un periodo in cui hai abbandonato il Veneto, da un punto di vista professionale, per seguire la tua vocazione: viaggi, eccetera.

Fulvio Roiter: Sì. Una volta non dico esaurito, ma esplorato quello che era il mio territorio meolese, ho cambiato orizzonti. Allora ho scelto la Sicilia. Perché la Sicilia? Perché tutto quello che avevo visto, era abbastanza retorico. Dopo questo viaggio feci delle mostre itineranti, dal titolo ‘Sicilia senza miti’.

Ivo Prandin: Sicilia senza miti, cioè nuda.

Fulvio Roiter: C’era anche, in effetti, un uomo nudo che lavorava nella zolfatara. Per fotografarlo sono sceso, allungato su un carrello, nella zolfatara e ho ripreso questi uomini che lavoravano interamente nudi, perché anche con il perizoma più sottile, lo zolfo con il calore avrebbe dato dei pruriti insopportabili.

Questo viaggio è durato un paio di mesi. Ho fatto 1.500 chilometri. Tutto il periplo. Per esempio nei paesaggi da Gela, verso Niscemi, Caltagirone.

È stato proprio il primo grande amore.

Collaborazione con Guilde du Livre

Ivo Prandin: E viene la tua collaborazione con Guilde du Livre, la fotografia nel libro sui bambini con testo di Gilbert Cesbron, i reportage dall’Andalusia, dal Brasile, tante esperienze. Ma poi qualcosa scatta nella tua vita. Il passaggio dalla campagna, dalla provincia, da Meolo a Venezia. Questo è stato importante per te, per la tua professione. Perché hai incontrato Venezia, e l’hai incontrata nel colore, questa volta. Ci sono dei gradini, dei passaggi.

Fulvio Roiter: C’è stata la grande esperienza del bianco e nero, che arriva fino al 1975. Sì, privilegiavo il bianco e nero, perché ho sempre creduto e credo ancora al linguaggio del bianco e nero, che è un linguaggio assoluto, astratto, definitivo.

L’uomo medio, quello della strada, l’uomo qualunque, si rifiuta di soffermarsi. Non parlo dell’uomo colto, di un addetto ai lavori. Perché l’immagine bianca e nera lo spinge a uno sforzo di immaginazione che lui non vuol fare.

Anche noi siamo dei visivi, simo tutti dei visivi. Cerchiamo di non leggere. O di leggere l’immagine, perché l’immagine è molto più definitiva, molto più immediata. Per questo, contemporaneamente a questa grande esperienza del bianco e nero, partendo proprio dalla Sicilia (ma anche da Venis à fleur o da Ombrie terre de Saint François), da quando i materiali fotografici erano interessanti quanto ad affidabilità, ho cominciato a fotografare parallelamente al bianco e nero, anche il colore. 

Il terzo occhio di Fulvio Roiter

Ivo Prandin: Scherzando, si potrebbe dire che con un occhio vedevi in bianco e nero e con l’altro a colori; e uno di riserva, il terzo occhio…

Fulvio Roiter: Il terzo occhio è al di sopra degli altri due. Però uno frugava il bianco e nero, e l’altro scandagliava il colore. Ci sono fotografie della stessa epoca, che sono -a distanza di 25-30 anni- ancora valide dal punto di vista del colore.

Ma solo colore, perché se tu lo togli da quelle immagini, esse perdono d’impatto. Mi ha smpre preoccupato la ricerca del colore in funzione formale, questo è chiaro, ma soprattutto il valore del colore nel contesto delle immagini.

Mi dicevo, forse a livello inconscio: e se queste fotografie a colori le riducessi in bianco e nero? No, perdono il 50-70%. Quindi il valore è dubbio, è relativo. Perciò bisogna veramente creare delle immagini dove il colore è determinante. Non soltanto dal punto di vista formale, ma perché il colore dà valore a questo involucro, che senza di esso renderebbe poco o niente.

Colore o Bianco&Nero?

Ivo Prandin: È giusto dire che il colore domina, spadroneggia e quindi condiziona più del bianco e nero?

Fulvio Roiter: Si, ma, bisogna aggiungere che il colore per il colore a me non interessa. Sono i pasticci che si vedono.  Per esempio due fotografie messe insieme tipo sandwich. Tutto questo da fastidio. Non bisogna mai dimenticare che il linguaggio delle immagini parte da questi elementi, che sono la macchina fotografica e la pellicola. Non bisogna avere in testa la pittura. Bisogna pensare fotograficamente. L’occhio sceglie e la macchina esegue.

Ivo Prandin: Oggi, in che percentuale usi il bianco e nero? Il tuo occhi parallelo funziona ancora? Hai chiuso un occhio?

Fulvio Roiter: No, ho aperto tutti e due gli occhi sul colore.

Dall’orto al Veneto

Ivo Prandin: Dall’orto di casa sei passato a un orto più grande, se così si può dire. Il Veneto. Il meccanismo del tuo modo di interpretare è mutato nel tempo?

Fulvio Roiter: Mutato, non credo. Sviluppato, piuttosto. La fortuna del Veneto, e io sono felice di questo, non è che abbia cominciato a scoprirlo per poi andarmene in giro nel mondo. È stato il contrario. Ho avuto grandi esperienze in Brasile, in Persia, ecc. che mi sono servite, nel 1974, ad affrontare per la prima volta un tema che era alle porte di casa, e che frequentavo da ragazzino perché vi andavo in bicicletta: insomma ho fatto il libro sulla Marca Trevigiana.

È stato come tornare alle origini, all’orto di Meolo, ma sviluppato in grande. Del resto, la Marca Trevigiana racchiude in sé il Veneto.

Essere Venezia

Ivo Prandin: Com’è che hai avuto poi l’idea di quel libro clamoroso che è Essere Venezia?

Fulvio Roiter: Si torna al discorso di prima: con un occhio facevo il bianco e nero e contemporaneamente… Quando è nata Venezia viva lavoravo proprio così, simultaneamente col colore e col bianco e nero. Uno chiede: ma perché non hai fatto prima Essere Venezia? Non perché mancassero le immagini o la volontà; ma perché i costi di un libro di 250 fotografie, tutte a colori, sarebbero stati altissimi, improponibili.

Ivo Prandin: C’è stato quindi bisogno di aspettare una nuova tecnologia?

Fulvio Roiter: Già, e abbandonare il rotocalco che in Svizzera aveva raggiunto livelli formidabili, ma a costi altissimi. Bisognava trovare un editore che rischiasse e io l’ho trovato. Ha accettato quel formato. Così ho fotografato, come hanno detto, non solo una città che sogna se stessa e la sua storia.

Essere veneti

Ivo Prandin: Il fatto di essere veneto è di qualche importanza per te?

Fulvio Roiter: Diciamo pure che è essenziale. Fai bene a dire veneto anziché veneziano. Quando vado fuori, all’estero, e mi chiedono se sono veneziano, rispondo proprio così: io sono veneto. Che è una grossa attenuante.

Ivo Prandin: Un’attenuante?

Fulvio Roiter: Ma sì. Io credo, un po’ generalizzando, che la provincia sia rimasta ancora oggi più sana dei grandi centri storici.  Inoltre, io sento in modo emozionale quello che certi veneti riescono a fare partendo dal nulla.

Se leggo la notizia di uno che in Brasile è diventato un capitano d’industria ed è nato in un paesino, questo mi emoziona, capisci? Se poi scopro che è di un paesino veneto, l’emozione si decuplica. Perché, oltretutto, da noi c’è gente che sale vertiginosamente senza dimenticare i valori semplici della vita e delle cose. Questo è veramente straordinario.

Ivo Prandin: Faresti un libro intitolato Essere Veneto?

Fulvio Roiter: Sì, potrebbe anche andare e io spero un giorno di farlo. Con Toni Cibotto se ne parla da vent’anni, e lo faremo senz’altro. Si chiamerà I veneti sono matti.

Ivo Prandin: A cominciare da chi?

Fulvio Roiter: Dal sottoscritto.

Chissà cosa…

Ci direbbe oggi Fulvio Roiter, in un’epoca dominata dall’immagine volgare, il cui scatto è alla portata di tutti. Ci viene in mente la previsione che fece Bill Gates nel suo libro La strada che porta al domani, del 1995. Gates parlava del mondo dell’informatica, ma crediamo sia un ragionamento analogo: la tecnologia metterà gli strumenti a disposizione di chiunque. La differenza non sarà più tra chi ha la possibilità di fare, e chi no; ma tra tra chi avrà reali capacità e abilità creative nell’usare quegli strumenti, e chi non le avrà.

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