Piazza dei Martiri a Belluno salotto della città

13 Dic 2018Luoghi0 commenti

Piazza dei Martiri a Belluno fu descritta da Maurizio Busatta nel febbraio del 1990, per la rivista Veneto ieri, oggi, domani. Viene riproposto oggi, a quasi trent’anni di distanza, per i consueti motivi: avere una testimonianza colta, sulla quale riflettere in cosa e come sia cambiata la Regione, il luogo, la società; e cosa invece sia rimasto ancora attuale. È ormai sotto gli occhi di tutti, la velocità con cui si cambiano usi e costumi. Tanto che luoghi e usanze di appena trent’anni fa, sembrano letteralmente di un’altra epoca storica: un’epoca senza La Rete Digitale Globale, internet.

Questo articolo conteneva l’inserto in acquerelli, della cortina architettonica della piazza. Non è possibile trasmettere a video, il fascino della carta stampata. Possiamo proporne dei frammenti, per darne un’idea.

Dino Buzzati

Il passaggio attraverso Piazza dei Martiri a Belluno, per chi arriva in questa città, è praticamente obbligato. Solo che non tutti si fermano, oppure non trovano posto per sostare. Anche se adesso [1990] il FIO ha finanziato un grande progetto di ristrutturazione della viabilità interna, e dei parcheggi. Ma, non godere le prospettive e i colori che la piazza propone, è davvero un’occasione sprecata.

Lo notava anche Dino Buzzati parlando della sua valle e della montagna della sua vita: “Se dite Belluno, subito la gente dice Friuli con l’accento sbagliato, sulla i; di Belluno in genere non sanno nulla, inutile farsi illusioni. Le cose sono un pò cambiate  dopo la tragedia del Vajont. Ma mica tanto. Ora, nessuno o quasi sa che su Belluno incombe una dolomite autentica, con un accidenti di pareti di buoni ottocento metri.

Quelli che vanno a Cortina, di solito passano per Belluno con una furia tale, che manco si fermano a bere un caffè; manco levano per un istante gli occhi a guardare lo Schiara con la sua immortale Gusella, che non sono catalogati fra le dolomiti di repertorio mondano…”

Piazza dei Martiri

Con lo sfondo delle prime Dolomiti e la vista sul corso sinuoso del Piave, il palcoscenico all’aperto di Piazza Campedel sprigiona -usando ancora parole del Buzzati – un fascino assolutamente straordinario.

Un semicerchio disegnato dalla piazza, già chiamata Piazza del Papa in onore di Gregorio XVI, uno dei due pontefici, con Albino Luciani, di origine bellunese. Ma di fatto era l’antico Campo Marte di tradizione romana. In questa piazza, portici, palazzi, il liston, e i giardini, mandano in scena un incanto che proprio Buzzati definisce “di antiche storie, di saggia e veneranda civiltà, consapevole o no, delle incombenti montagne, che condizionano lo spirito stesso di questa terra.”. Un’identità culturale e sociale, che per apprezzare bisogna conoscere  con discrezione, e tanta voglia di capire.

Come un teatro

“Ci vediamo in piazza”. “Troviamoci in piazza”. A Belluno è il modo più consueto per darsi un appuntamento. La piazza  per antonomasia è Piazza dei Martiri. Come superficie, la si può considerare uno degli arredi urbani più grandi del Veneto.

Purtroppo manca ancora l’isola pedonale [Nel 1990]. Si stanno studiando forme di circolazione limitata, ma solo quando verrà presa la decisione più severa (o meglio, più a misura d’uomo…) il salotto della città del Piave e delle Dolomiti, riuscirà a mettere in mostra tutto il proprio fascino.

Uno splendore, prima ancora che architettonico, teatrale nel senso pieno del termine. Piazza dei Martiri a Belluno è un vero e proprio palcoscenico, segnato da ‘quinte‘ quanto mai caratteristiche e soprattutto capaci di stimolare l’immaginario collettivo.

Ci sono tanti modi infatti per scoprire l’approdo più frequentato dai bellunesi.

Intanto, volendo, il campo d’osservazione è sempre tridimensionale. Nulla appare appiattito. Anzi, nell’alternarsi delle prospettive, sembra quasi di giocare con lo zoom.

Composizione

Il grandangolo suggerisce uno scenario sovrastato dal gruppo della Schiara, che disegna i primi contrafforti dolomitici. Ruotando di novanta gradi, ecco a ovest l’ultimo balcone rimasto sul Piave: il fiume, guadagnando un letto largo, scende lungo la Val Belluna con un corso sinuoso.

Ma c’è di più: Piazza dei Martiri propone di se stessa, al cittadino e al visitatore, una duplice veste. Divisi dalla strada, di là si aprono i giardini, di qua i portici e il classico ‘liston‘.

Ulteriori magnetismi: il Teatro Comunale sullo sfondo; al centro un cedro del Libano, quasi secolare; la plasticità delle statue scolpite da Augusto Murer nel 1965, e collocate nel mezzo delle aiuole.

Poi, soprattutto in estate, un fascino quasi mitteleuropeo, rappresentato dai tavolini dei caffè che si affacciano sulla piazza, e che fanno scoprire alle persone il gusto di una civiltà, nonostante tutto, ancora persistente. Quella di ritrovarsi, per amicizia, per amore, o anche per affari, alla luce del sole in un contesto dove ci si vede volentieri, ci si saluta, si sa tutto di tutti.

Gruppo della Schiara

Le persone in montagna

In un mondo come quello di montagna, nel quale la tolleranza è antica virtù comunitaria, e i vezzi mondani non sono granché coltivati, non deve sorprendere la voglia di incontrarsi sul liston e nei caffè della piazza.

In quest’arengo avvengono molte cose. Ci si incrocia per recarsi nei punti nevralgici della città. Nei giorni più freddi si gode un raggio di sole in più. Quando il clima diventa afoso, una passeggiata ai giardini consente di rilassarsi. E poi, la vista, i ritmi, la tradizione, segnano uno spazio urbano entrato nel sangue dei bellunesi, nella continuità delle generazioni.

C’è poco da dire, il cuore di Belluno pulsa proprio qui, in Piazza dei Martiri, con la sua impostazione rinascimentale ricca di suggestioni semplici, ma durature.

Forse, senza accorgersi, sono tante le piazze nella piazza. In fondo siamo già fuori le mura e l’andamento curvo dei palazzi lungo l’ala nord, risente della storia medioevale.

Origine del nome

Nel Veneto delle città murate, Belluno fa eccezione. La forza degli accadimenti umani le ha fatto perdere questo pezzo importante della sua identità millenaria.

Piazza dei Martiri in origine era il Campo Marzio, il Campo di Marte, dal quale l’antico nome di Campedel per indicare l’area dove tenere fiere, mercati, tornei, parate.

Fino al 3 giugno 1945 si chiamava appunto, Piazza Campitello. Uno dei più tragici e noti eventi della Resistenza, fece assumere alla piazza l’attuale denominazione: l’impiccagione il 17 marzo 1945 di quattro patrioti, e la sfida del vescovo Girolamo Bortignon che, con una scala in spalla, si recò -in faccia ai nazisti- a impartire loro l’estrema unzione.

Sul Piave

Molta storia di Belluno, più o meno importante, si racchiude in questo luogo multiforme di architetture e di visioni.

Scrisse un giorno Diego Valeri, uno dei poeti più eminenti del novecento: “Chi vuol godersi lo spettacolo del mondo da una delle più belle finestre del mondo, vada a Belluno, in Piazza dei Martiri, e guardi giù il Piave, che serpeggia verde tra i monti verdi, e si dilegua e svanisce azzurro tra monti azzurri, entro una profonda nebulosa di luce dorata. Si è nel cuore di un’antica città, tra liete case e torri e giardini, ma con lo sguardo ci si addentra in una prospettiva infinita, in una favolosa lontananza di luogo e di tempo, dove la natura sembra ancora in travaglio…”.

Oggi le acque del Piave non sono così limpide come quelle descritte dal Valeri. Effetto di una portata d’acqua sempre più risicata, per gli sbarramenti idroelettrici, e da una pressione antropica che ne condiziona la qualità, e che potrebbe raggiungere livelli di guardia come in altre plaghe.

Piazza dei Martiri comunque, rimane una terrazza sul Piave, sopra i piai che degradano verso il fiume.

Una terrazza che gli interventi edilizi del dopoguerra hanno circoscritto, restringendone l’orizzonte.

In effetti la piazza intera è un palinsesto di stili, epoche, stratificazioni architettoniche. Le vedremo in dettaglio.

Merita invece di essere richiamato subito, un altro aspetto. La funzione di centro comunitario che la piazza continua ad assolvere anche alle soglie del Duemila.

Non è poi tanto curioso ricordare che già nel passato il suo selciato, oggi illuminato da nuovi lampioni di ordine veneziano, è stato luogo d’incontro di personaggi e personalità di primo piano.

Tutti gli attori che calcato la scena del Teatro Comunale durante le più brillanti stagioni di prosa, hanno fatto tappa in piazza. Da Presidenti della Repubblica, a cominciare da Sandro Pertini, che un paio di volte lasciò Selva di Valgardena per un’incursione in città.

In anni ruggenti, il fior fiore dell’intellighenzia italiana si è seduto ai tavolini del Caffè Deon, il più antico della città, incastonato in un palazzo che prende il nome dalla famiglia Crotta, nota in Agordino per aver dato inizio nel 1618 allo sfruttamento delle miniere di pirite della Val Imperina.

Caffè Deon e personaggi

Attorno al Caffè Deon si sono intrecciati dialoghi e pettegolezzi della cultura italiana del Novecento. Legati da amicizia ad alcune famiglie della città, dal Caffè Deon sono passati nomi illustri che hanno scritto la storia della cultura contemporanea.

Parliamo di Marino Moretti, Manara Valgimigli, Concetto Marchesi.

Ma non dimentichiamo alcuni geni locali: Dino Buzzati, per cominciare, il quale definisce la S’ciara (Schiara pronunciata in dialetto) come “la montagna della mia vita” con l’immancabile Gusela del Vescovà.

Ugo Foscolo e Beniamino Dal Fabbro, traduttore e critico musicale che, post mortem, la città vuole riscoprire e recuperare, con il dovuto ossequio.

Ai giorni nostri [1990] quest’alone è venuto un pò meno, ma davvero nel dopoguerra il Caffè Deon si distingueva come cenacolo di intellettuali.

Diremo di più: a frequentarlo, senza per altro guardarsi in faccia, oltre alle élites della cultura erano quelli che potremmo chiamare i benestanti, nonché una cerchia di bohémiems un po’ contestatori e un po’ goliardi.

Avventure d’altri tempi, quando le cadenze della vita registravano battiti meno convulsi d’oggi…

L’impianto della piazza

Non per questo tuttavia, Piazza dei Martiri ha perso smalto e capacità d’attrazione. Rimane punto fermo nella struttura urbanistica e mercantile della città di Belluno.

L’alternarsi di palazzi, molti dei quali oggetto di recenti restauri, la varietà delle scene che contemporaneamente vengono portate alla ribalta (il liston, i portici, i giardini, le opere d’arte, i merletti della tante finestre) tratteggiano una carrellata densa di richiami e di vicende.

Gli edifici più interessanti stanno sul lato nord della piazza, dove corrono i portici. Di fronte, oltre i giardini, l’immaginazione deve cercare di intuire le mura, rimaste più o meno intatte fino al Settecento, e poi demolite.

Belluno medievale finiva là dove nel Cinquecento cominciò a prendere forma Piazza dei Martiri.

A segnarne il perimetro, allora, due poli contrapposti: la chiesa di San Giuseppe dal lato del Piave, oggi scomparsa; e porta Dojona all’altro capo, oggi soffocata dal Teatro Comunale, progettato dal Segusini nel 1835.

Confrontando negli archivi alcune incisioni d’epoca, Piazza dei Martiri non assomiglia più a se stessa. Uno sforzo di fantasia aiuta a ritrovare gli equilibri perduti. Basta salire con la mente sulle mura (che -ripetiamo- non esistono più) ed ecco apparire nella sua bellezza, la forma trapezoidale della piazza, l’aprirsi a volta dei palazzi, la fontana dei giardini una volta proprio al centro dell’asse fra la chiesa e la porta.

Giardini e fontana

I giardini sono datati 1930 e portano la firma di Alberto Alpago Novello, architetto feltrino che occupò un posto di rilievo nel movimento razionalista e si distinse per molteplici interessi.

In primavera [1990] verrà rifatto il look alla fontana della piazza. Costituita da una vasca circolare di 16 metri di diametro, il Comune ha deciso di restaurarla completamente. In particolare al bordo della vasca, dove molte persone -turisti e non- gradiscono sedersi per un attimo di pausa, sarà collocata una nuova corona di conci.

Sotto il pelo dell’acqua, opportunamente illuminati, verranno sistemati gli stemmi dei 69 comuni della Provincia, nonché quello della Provincia stessa. In un abbraccio ideale, volto a sottolineare l’unità d’intenti con il capoluogo.

I vialetti interni sono stati anch’essi di recente [1990] messi a nuovo.

La varietà della vegetazione, dominata dal Cedrus Deodara già citato, quasi tre metri e mezzo di circonferenza, dona alle sculture in bronzo di Murer una straordinaria drammaticità.

Si tratta di un complesso di quattro pannelli, che si inserisce nel filone dei monumenti alla libertà, ideato dall’artista agordino negli anni sessanta del XX° secolo. Con grande energia espressiva e morale, si rivisitano momenti cruciali della Resistenza. Fra tutti, troneggia la rievocazione del gesto del vescovo Bortignon che va a baciare i quattro impiccati sui lampioni della piazza: Salvatore Cacciatore, Giuseppe Da Zordo, Gianleone Piazza e Valentino Andreani.

Valor militare

Belluno è medaglia d’oro al valore militare. Non lontano da Piazza dei Martiri, sulla facciata del palazzo municipale, lo ricorda una lapide che riporta l’intera motivazione.

Facendo un passo indietro nella storia, entriamo ora negli angoli più segreti della piazza.

Abbiamo detto che il lato meridionale sorge al posto della cerchia murata. L’andamento ad arco del fronte opposto, di origine più vetusta, è dovuto al mantenimento della distanza richiesta dal tiro delle batterie poste sulla torre del castello, anch’esso poi ridotto in macerie: un raggio di circa 90 metri.

Chiesa di San Rocco

Sul lato nobile della piazza si susseguono diversi palazzi. In mezzo spicca la chiesa di San Rocco. La sua costruzione risale al 1561. A motivarla un voto popolare in seguito alla liberazione dalla peste del 1530, come recita una lapide posta sulla facciata, appena sotto la statua del Santo.

Sull’altare maggiore fa bella mostra di se un tabernacolo in legno di Valentino Panciera BesarelepigonoDiscepolo o successore, in genere inferiore e decadente, senza personalità ne capacità creativa. di Andrea Brustolon.

Dello stesso periodo è pure una tela che rappresenta Giovanni Bosco, opera di Luigi Cima, artista in piena rivalutazione critica.

Il quadro venne scelto dalla Congregazione salesiana come immagine ufficiale per la canonizzazione dell’apostolo dei ragazzi. A lungo infatti la chiesa è stata oratorio salesiano.

Entrando, sopra la porta si può notare una lunetta in rame sbalzato, che riproduce l’iconografia della città nel Cinquecento. Di aspetto, appunto, rinascimentale, il tempio è realizzato in pietra bianca di Castellavazzo, una delle più pregiate materie prime della zona.

Scorci finali

Poco più in là, la Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno, e adesso pure di Ancona. Nelle sue sale una tela di Domenico Falce che riporta alla Belluno del Seicento.

Ma più che per gli stili, talvolta perfino contrastanti, Piazza dei Martiri merita una passeggiata per gli equilibri che esprime e per gli scorci che lascia intravvedere.

L’ampiezza, l’alternanza degli edifici, la macchia di verde, le proiezioni verso angoli importanti del centro storico, inducono a guardare questo luogo quasi come a un prisma: in una parola una piazza-città, la quale custodisce un po’ tutto, antico e moderno, e proprio per questo vede la gente animarla di continuo.

Anche a tarda ora, quando le consuetudini bellunesi sono più propense all’intimità e alla riservatezza.

Oggi…

Un po’ per il tempo trascorso, un po’ per le abitudini che cambiano, non sappiamo se oggi in Piazza dei Martiri a Belluno, i cittadini sappiano ancora tutto di tutti…

I Partigiani sono davvero tutti Martiri?

Quanto all’enfasi che per sessant’anni si è data a certi episodi partigiani, riteniamo che -con ulteriori trent’anni di distacco dai fatti- sarebbe tempo di parlarne con obiettività. In ogni paese del nord italia, c’è una lapide a ricordare -con tanto di celebrazioni periodiche- qualche partigiano ucciso. Ora, in tutta franchezza, ‘partigiano’ non è affatto sinonimo di ‘Santo’, né di ‘Giusto’.

Abbiamo sentito raccontare da chi era presente, un episodio accaduto nei pressi di Ponte di Brenta, periferia nord-est di Padova, in quel periodo di metà 1945. I tedeschi erano in ritirata, in fuga, verso nord. Ovviamente, per rientrare in Germania partendo da ogni angolo d’Italia, il flusso di uomini e mezzi transitava in buona parte per il Veneto.

Una colonna di carri armati passava sulla strada, in ritirata. Un manipolo di partigiani li osservava, nascosto in mezzo a case e cespugli. Uno di loro, puntò il fucile, e sparò a un tedesco il cui busto emergeva dalla botola superiore del carro. Lo centrò alla testa, e si riversò esanime.

L’ormai conosciutissima consuetudine in questi casi, era la rappresaglia 10 a 1: un tedesco ucciso, dieci abitanti del posto -scelti a caso- uccisi. Così fu. Dieci padovani uccisi, perché un coraggioso partigiano volle sentire l’adrenalina derivante dall’aver ammazzato un tedesco. Un tedesco che stava ormai scappando, abbandonando l’Italia. Il partigiano sapeva bene, quale sarebbe stata la conseguenza. Oppure no?

È giusto lodarlo? Considerarlo un martire se viene trovato, e ucciso impiccato? Secondo noi, no. Non in casi come questo di Padova.

Sia chiaro. Il biasimo non va, all’aver ucciso un nazista in fuga. Chi scrive, ancora detesta i tedeschi; anche quelli di oggi, in questa pseudo Unione Europea. Quello che si biasima al partigiano, è l’essere stato deliberatamente e inutilmente la causa dell’assassinio di dieci suoi compaesani. Bell’eroe. Fosse andato a costituirsi, magari, lo si sarebbe anche potuto ritenere tale.

Salute del Piave

Se lo stato idrico del fiume era preoccupante nel 1990, ci chiediamo cosa scriverebbe oggi, Maurizio Busatta. Viviamo in piena epoca d’emergenza per il cambiamento climatico. Le cause sono tutte riconducibili all’essere umano. Incredibilmente, c’è chi ancora nega, come quando l’industria del tabacco negava la correlazione -non dimostrabile- tra il fumo e i tumori ai polmoni.

 

Di sicuro, Belluno e la sua Piazza meritano una visita. Anche per vedere com’è cambiata da quando Busatta la descrisse.

Piazza dei Martiri

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