Caffè Quadri a Venezia una istituzione

11 Dic 2018Luoghi0 commenti

Le caffetterie storiche portano spesso il nome dei loro fondatori. E’ il caso questo dei celebri Caffè Quadri; Florian, che Floriano Francesconi inaugurava nel 1720; e così pure del Caffè Pedrocchi a Padova.

Danilo Reato ci racconta la storia dei caffè a Venezia, in un suo articolo del 1990, pubblicato nelle pagine di Veneto ieri, oggi, domani.

Ecco il caffè, signore, caffè in Arabia nato,
e dalle caravane in Ispaan portato.

L’arabo certamente sempre è il caffè migliore:
mentre spunta da un lato, mette dall’altro il fiore.

Nasce in pingue terreno, vuol ombra e poco sole;
piantare ogni tre anni l’arboscello si suole.

Il frutto non è vero che esser debba piccino;
anzi deve essere grosso, basta sia verdolino.

Usarlo indi conviene e asciutto con gelosia guardato.

La sposa persiana – Carlo Goldoni

Carlo Goldoni

L’amabile e raffinato intenditore del buon caffè, autore di questi versi, è uno fra i più autorevoli rappresentanti della ‘intellighenzia’ veneziana: Carlo Goldoni, un personaggio che non poco del suo tempo trascorreva nelle botteghe da caffè fra quei tavolini parlanti, al fine di carpire critiche e suggerimenti. Cercando talora motivi e ispirazioni per il suo teatro, come insegnano varie sue commedie, fra le quali La bottega del caffè, riproposta or non è molto da Giulio Bosetti.

Le botteghe del caffè

La bottega da caffè, nella società veneziana, è la favorita alcova degli amanti e dei libertini, il salotto dei dibattiti e delle discussioni più accese, politiche e letterarie.

 

Anche il caffettiere, intelligente gestore di questa istituzione, necessaria alla civile convivenza, gioca un suo preciso ruolo. Molti di questi caffè tramandarono infatti i nomi dei loro fondatori alla storia.

E’ il caso questo del celebre Florian, che Floriano Francesconi inaugurava nel 1720 e così pure del Caffè Quadri, da sempre acerrimo rivale.

Un levantino di Corfù, Giorgio Quadri lo apriva fra la fine e i primi anni del XIX° secolo, come attestano Pilot e Tassini e pure Luigi Susegana che azzarda una data (1775).

Anche se, tutt’oggi, esiste la volontà di retrodatarne la nascita, come se la vecchiaia, coi suoi acciacchi e inevitabili guasti del tempo, costituisse un pregio, anziché un difetto, soprattutto per i nostri sovraintendenti e amministratori.

Nelle Procuratie Vecchie

Il locale, nelle Procuratie Vecchie, acquistò presto fama, perché vi si smerciava prevalentemente il caffè alla turca e questo, non si sa se fu vera trovata del proprietario o piuttosto della padrona di casa.

Questa, al dire dei cronisti più abile del marito, seppe trarre profitto dalla novità e finì per essere apprezzata per i suoi vezzi e per la sua fin troppo amabile cortesia…

Al punto da esorcizzare il malanimo dei creditori, e da stuzzicare la voglia di pettegolezzo delle malelingue, che mai non mancano fra gli habitués.

Pietro Buratti, poeta libertino, che con una eletta schiera di gentiluomini aveva fondato al Florian una non accademica Corte dei Busoni, che contava soci e ammiratori autorevoli fra cui spiccavano Rossini e Stendhal, non aveva tralasciato di sottolineare, in una salace quartina, la cattiva fama acquisita dal locale anche a causa dei suoi frequentatori:

Procuratie Vecchie

El gran truco xe da Quadri
là, dessuso, nei bigliardi;
questo è el logo ove sti ladri
se riduse co xe tardi!

Gianbattista Velluti

Cambio gestione

Migliorano di certo le sorti del Caffè Quadri con la gestione che, nel 1830, passava di mano agli intelligenti e attivi fratelli Vaerini. Abili anche nel contrastare la concorrenza, derivata dalla vicinanza con un altro temibile avversario, il caffè Partenopeo, frequentato dal Prati.

Contribuì pure al successo della rinnovata gestione, un concerto fuori programma del famoso tenore Gianbattista Velluti, scritturato per il carnevale 1831 per una rappresentazione al teatro La Fenice.

Stendhal assistè entusiasta e non mancò di far menzione di questa straordinaria esibizione in una lettera, ove chiese, tra l’altro, qualche impressione a caldo sul suo romanzo Le rouge et le noir da poco dato alle stampe.

Sempre in tema di glorie francesi un altro ospite illustre onorerà queste sale: Balzac, in visita a Venezia nel 1837.

Venezia Austriaca e Wagner

La Venezia austriaca vede il Caffè Quadri trionfatore come locale prediletto dagli ufficiali e dalle famiglie filo austriache. Facendo la fortuna, per le patrie glorie, a causa di tale disavventura, del Florian, dove si riunivano e operavano i patrioti.

Nel 1844 furono acquisite e aperte al pubblico le nuove sale al piano superiore col restaurant, che attirarono l’aristocrazia veneziana. Mentre le sale al pian terreno continuarono a esser frequentate dagli avventori di sempre, che assistevano spesso ai concerti delle bande militari.

Inevitabile, in tali occasioni, il doveroso omaggio musicale all’ospite illustre Richard Wagner, assiduo cliente del vicino caffè Lavena, che mostrava di gradire assai poco queste particolari attenzioni, come si rileva dal suo epistolario:

“Allorché, di sera, sulla Piazza San Marco (dove, la domenica, suona la banda militare) mi accade di udire pezzi del Tannhäuser e del Lohengrin, fu come -nonostante la mia rabbia per il tempo strascicato- se la cosa, in fine dei conti, non mi riguardasse né punto né poco. Del resto mi si conosce già dappertutto; gli ufficiali austriaci, specialmente, me ne dan spesso la prova, con una delicata sorprendente attenzione; è tuttavia ormai noto che io voglio starmene assolutamente ritirato e da ché, in conseguenza, alcune visite furono respinte, mi si lascia in pace.”

Stendhal

Wagner

Dopo gli austriaci

Passarono le ventate rivoluzionarie, non senza qualche nota di acredine per il passato filoaustriaco, sostituito ora dalle presenze dei politici moderati filomonarchici. Questo, sicuramente, contribuì a suscitare i pesanti giudizi dei più faziosi, che dalle pagine dell’Asmodeo, il diavolo zoppo, condannavano i troppi, facili, trasformismi:

“Sotto i tedeschi si chiamava Caffè Civile e Militare e sulla porta che conduce alle sale del sottoportico Cappello era scritto, in tedesco Caffè-Haus e le altre parole che occorrono per dare il concetto di civile e militare; colla rivoluzione del 18 marzo si chiamò Caffè alla Guardia Civile. Poco tempo dopo si chiamò Caffè ai Lombardi. Poscia, ai tempi della fusione, il grasso proprietario mise fuori un quadro col ritratto del magnanimo re, che fu veduto da me stesso inghirlandar di fiori la sera famosa che giunsero, sulle ali dei venti, le notizie delle strepitose vittorie Piemontesi. Adesso, finalmente, si torna a chiamare il Caffè alla Guardia Civica.”

Il Caffè Quadri cambia volto

Il Caffè Quadri ha bisogno di compensare quella perdita di immagine con un nuovo volto e, visto che nel 1858 il Florian si è rifatto il trucco, i fratelli Vaerini non perdono l’occasione. Ricorrono, l’anno successivo, alla stessa équipe di restauratori sotto la direzione di Lodovico Cadorin e dei suoi abili collaboratori.

Tommaso Locatelli, dalle pagine della Gazzetta Uffiziale di Venezia, inneggia al miracolo. Tocchi di esotismo invadono il locale

“tra figure allegoriche, simboleggianti la Legge, la Pace, la Guerra e la Ricchezza”

trovano spazio ampie rappresentazioni storiche sul Commercio dei Veneziani e dei Levantini a Venezia, opere del pittore Giacomo Casa.

Ornati cinquecenteschi si mescolano allo stile moresco. L’interno recupera maggior ampiezza di respiro. I soffitti vengono alzati e nell’atrio, tirato a marmorino, campeggiano leggiadri stucchi.

Oggi [1990. N.d.R.], di tutto ciò rimane ben poco.

Bauta – maschera

Infatti il Caffè Quadri va soggetto, più ancora del Florian, alle alte maree che a Venezia non perdonano e tutto cancellano. Così, dopo l’ultimo restauro con il relativo ampliamento del locale, avvenuto nel 1881, con l’acquisto del negozio del cappellaio all’angolo con il Sottoportego dei Dai, si ritenne migliore soluzione quella di cancellare l’opera del Cadorin con l’attuale disposizione.

Le pareti offrono oggi al visitatore briose e colorate scenette settecentesche, vicine ai modi di un festoso Giandomenico Tiepolo, opere di Giuseppe Ponga. Baute, maschere danzanti, popolano la piazza, strani fantasmi di un passato ormai remoto che, inutilmente e anacronisticamente, si vorrebbe ai tempi nostri resuscitare.

Il Novecento

Clienti più o meno famosi anche nel Novecento continueranno a dar lustro al locale. Presenze mondane e letterarie, sensali, commercianti e, per dirla col Sugana, profondo conoscitore della Venezia notturna, epicurei ‘curiosi sempre della speciale chiacchiera del giorno, insaziabili del continuo cosmorama’ che sfila davanti ai loro occhi.

Pallidi ed eleganti viveurs, mescolati fra stupiti forestieri nelle notti afose d’estate, alla ricerca di qualche refrigerio e in più la clientela di tutti i giorni fatta di magistrati, giornalisti, scrittori e anche di principi delle ultime dinastie di regnanti, languide rimembranze del mondo di ieri.

Marcel Proust continua la tradizione dei francesi consolando “nel solo meridiano del Caffè Quadri -sono parole di Gino Damerini- le pene della sua asma cronica, fecondando nella fantasia quelle emozioni veneziane che entrarono poi nelle pagine stupende della Disparizion d’Albertine, tra le più belle dedicate nei secoli alla città marciana.”.

Luogo di contestazione

Altro felice episodio è quello nato dalle secessioni di artisti come Pio Semeghini, Arturo Martini e Gino Rossi che esporranno per protesta, contro l’esclusione di Casorati, nella galleria Geri-Boralevi sotto le Procuratie Vecchie, fondando il gruppo dei Dissidenti di Ca’ Pesaro, e fissando, come sede delle loro polemiche discussioni, proprio il Caffè Quadri.

Oggi…

E oggi?
Il Caffè Quadri, dopo un lungo e incerto periodo di forzata chiusura, fenomeno assai frequente a causa dei problemi che rendono difficile l’esistenza di locali storici, riapre i battenti.

La nuova gestione, sotto l’egida di Giancarlo Ligabue, sembra aver trovata la giusta strada.

Il locale, infatti, è l’unico Restaurant che si affaccia sulla Piazza e, pur mantenendo viva e vitale la tradizione secolare del caffè storico, affiancherà a esso una raffinata cultura gastronomica, che a Venezia possiede radici profonde. Molto di più dei detestati americani fast-food, più croce che delizia di questa era post-moderna.

Chissà cosa penserebbe e scriverebbe oggi, Danilo Reato, vedendo che trent’anni dopo, ai detestati fast-food americani si sono sostituiti kebab, sushi, e cinesi ovunque.

Caffè Quadri

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