Mona – il termine dialettale veneto

24 Nov 2018Curiosità0 commenti

Quale veneto non si mai preso un ‘mona’ nell’arco della vita? Persino mia madre me affibbiò uno, quando da giovane tentai di riallacciare un rapporto con una ragazza. Se nemmeno i figli sfuggono a questo epiteto, lanciato da un genitore, non stupisce che la parola sia stato oggetto di un articolo addirittura nel primo numero della rivista, per la firma di Manlio Cortellazzo.

Ricordo un giorno, a scuola. Superiori. In base alla distanza dell’abitazione di ognuno (dalla provincia) e dai relativi mezzi di trasporto usati, l’arrivo a scuola al mattino era scaglionato nell’orario 07:40 – 08:10, con campanella d’inizio alle 08:05. Quel giorno, il primo arrivato, annoiandosi pensò a come intrattenersi.

Io arrivai alle 07:55, una buona mezza classe già in aula. Lo sguardo periferico mi fece notare un foglio attaccato al soffitto, al centro dell’aula. Alzai lo sguardo, ovviamente incuriosito. Seguìto dallo sguardo di chi era già seduto al banco, mi portai sotto al foglio. Vidi che al centro c’era scritto qualcosa, ma troppo in piccolo. Presi una sedie, vi salìi per avvicinare gli occhi, proteso in alto, e messo a fuoco la scritta, lessi: “Mona!”.

La nostra era una classe così. Goliardica. C’erano cascati tutti quelli arrivati prima di me. E ci cascarono quelli arrivati dopo.

I nostri vecchi

I nostri vecchi -quelli per intenderci, che i stàva sento ani col cueo a’a piova, prima de fare un proverbio– erano più pragmatici degli americani. Nei loro statuti elencavano rigorosamente quali parole dovevano essere considerate ingiuriose, sollevando i magistrati da imbarazzanti dilemmi.

Oggi invece, o per il loro considerevole aumento, o per la loro incostanza semantica, ogni decisione è lasciata al giudice, il quale spesso non se che pesci pigliare.

Se si trattasse di parole di lunga tradizione letteraria, potrebbe anche cercare, avvalendosi della larga documentazione lessicografica disponibile, di ricostruire storia e successivi significati. Ma il più delle volte esse provengono dal sottofondo dialettale e sono sempre state ripudiate dai severi compilatori di vocabolari.

Quindi?

Che fare allora?

Non resta che rivolgersi all’esperto, linguista o dialettologo, per sentirne il parere.

Il caso più recente [si era nel 1990. N.d.R.] è quello di padrino (De Mita contro Montanelli), il più famoso è quello di stronzo (lo scrittore Giuseppe Berto contro la scrittrice Dacia Maraini, che l’aveva così graziosamente definito). Tra questi si collocano gli episodi, che hanno qualcosa in comune. Del direttore del giornale umoristico livornese Il Vernacoliere, denunciato per avere scherzosamente proposto l’istituzione di una sovraimposta sulla topa al fine di risanare le finanze dello Stato (è stato assolto, anche senza invocare a sua difesa l’esistenza nel Cinquecento, a ChioChios, isola greca, di un tributo che le vedove dovevano pagare per il sesso inoperoso, l’argomuniatikòn) e della vertenza tra un ministro della repubblica e un giornalista, che, in sostanza, gli aveva dato pubblicamente del mona.

Enzo Biagi

La vicenda è nota. Nell’ottobre del 1985, Enzo Biagi commentava un provvedimento dell’allora ministro della sanità, il mestrino Costante Degan, che tra l’altro gli ricordava -diceva- alcune deplorevoli espressioni del linguaggio veneto, aggiungendo: “Ma dai: si faccia spiegare da Toni e da Bepi che cosa vuol dire mona”.

Di qui l’ira di Degan, che, risentito, ha sporto querela.

Al giudice la risposta alla grave questione: mona è epiteto offensivo o no?

Non sappiamo si abbia fatto in tempo a emettere la sua sentenza, prima della morte del povero ministro [1988. N.d.R.].

Vocabolari dialettali

I vocabolari dialettali veneti ci offrono, talora, a questo proposito, opportune osservazioni.

Il Ninni, nell’Ottocento dava sì, di mona la definizione: “Chi ha le facoltà mentali molto ottuse”, ma poi aggiungeva: “Colui che crede di essere furbo e invece, a sua insaputa, gli altri se lo giocano come vogliono”.

Per questo non è esattamente interpretabile (stupido?, ingenuo?, poveraccio?) l’esempio di Quarantotti Gambini: “aveva già avuto Lidia, chi sa con chi, quando ha pescato quel mona che l’ha sposata”.

E in un recente dizionario etimologico veneto-italiano senza pretese scientifiche, ma attento ai significati correnti, si legge: “mona: stupido, ma in senso tutto particolare. Può essere ‘mona’ anche una persona intelligente”.

Origine del termine

Fuori dalla cerchia di amici e dal dialogo confidenziale, non è facile immaginare una situazione, che provochi l’uso determinatamente offensivo della parola mona. Oggi almeno, quando in situazioni tese, si preferisce ricorrere all’italiano. Ma anche nell’Ottocento a mona e siòr mona, detti per ingiuria, si danno, come equivalenti toscani, alcune alcune ‘parole scherzevoli’.

Noi possiamo solo formulare alcune considerazioni personali sull’argomento. Intanto, non abbiamo elementi storici per stabilire se la voce, prettamente veneta, che propriamente indica il sesso femminile, abbia avuto originariamente un valore spregiativo.

Sembra di no, sia che la riteniamo di provenienza greca (da munì, il poetico monte di Venere), sia che la facciamo rientrare nei significati figurati di ‘scimmia’ (anticamente ‘mona’).

Il passaggio da sesso femminile (o maschile) a stupido è molto frequente e universalmente adottato. Non dà, quindi, problemi.

Interpretazione

Il vero problema è quello di vedere se, oggi, nella nostra pacifica società veneta, la voce è da ritenersi ingiuriosa.

E qui arriva il nostro modesto parere, valevole per tutti i casi simili: le parole, specie quelle affettive, non hanno rigide tendenze manichee, ma scivolano da un significato all’altro, da un’accezione all’altra, spesso inavvertitamente.

Come per gli equivalenti ebete o stupido, non si può giudicare il valore obiettivo di una frase del tipo: “Tàxi ti, mona!”, se non ricostruiamo l’ambiente, il momento, l’animus del parlante, il grado di confidenza con l’interlocutore e la circostanza, che l’ha indotto a pronunciare quella frase.

Poveri giudici! Non vorremmo trovarci al loro posto e decidere il significato profondo del proverbio di Vittorio Veneto: “La lège l’è fata pà i mona”.

Proverbi…

tratti da ‘Proverbi del Veneto‘, G. A. Cibotto, Aldo Martelli Editore

  • Cò càpita un bon bocòn, mona chi che no’ ghe ne profìta

  • Par ogni can che pissa, ghe xe un mona che dise a sua

  • Dei siori ghe n’è de tre sorte: sior sì, sior no, e sior mona

  • Bisogna far da mona pa no pagar el dassio

  • Ben, bon e magari, i jera tre mona che fasèa lunari

  • Pa voèr savèr de tuto, se sa anca de mona

  • Tuti ga la so ora da mona

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