Villa Badoer a Fratta capolavoro del Palladio

20 Gen 2019Architetture0 commenti

Marzo 1990. Terzo numero della rivista in edicola. Lionello Luppi scrive di una villa veneta tra le meno blasonate: Villa Badoer, o Badoera, a Fratta Polesine. Progettata dal Palladio per Francesco Badoero (o Badoer). Nel descriverla come un capolavoro assoluto, il Luppi ne denunciava i sintomi di degrado in atto, trent’anni or sono.

Noi la visitammo nell’aprile del 2016. Anche se addetti ai lavori, non riuscimmo a scorgere la maestosità delle proporzioni e della composizione. A colpirci, fu invece lo sviluppo del contesto circostante, che nei secoli ha cambiato i livelli dei piani (stradale e di campagna), ponendo Villa Badoer in una posizione… moralmente inferiore. Lo stato di conservazione, tecnicamente parlando, si potrebbe definire ‘buono’. Senza lode, ne infamia. È evidente che non viene mantenuta con regolare assiduità, ma non si presentava -grazie al cielo- nemmeno in stato di degrado e di abbandono. Potremmo dire che sembra essere un edificio di pregio che ben si conserva, mostrando chiaramente la patina del tempo.

Senza dubbio, merita una visita.

Fratta Polesine

A farci caso, Fratta Polesine non sta ai confini del mondo o sulla luna. Si dispiega a pochi chilometri dal centro di Rovigo e, meno ancora dall’autostrada che tragitta da Bologna a Venezia.

Cadenze architettoniche di sobria eleganza fissano le quinte di una struttura urbanistica allungata, e alludono a una storia di lena lunga. Sappiamo di consorterie accademiche cinquecentesche, di cospirazioni carbonare risorgimentali, di orgoglioso e partecipato fervore antifascista.

A guardare, e saremmo per dire ‘a sorvegliare‘, la distribuzione edilizia dell’abitato, stagliato sull’orizzonte piatto della campagna, oltre il corso d’acqua sottile dello Scortico, e a un tratto di strada nel cuore di un rettangolare recinto murario in cotto che si ispessisce e divien duplice tronco di barchessa, ingentilito da facciatelle timpanate nei tratti lunghi verso la via. Si sbalza Villa Badoer che Palladio progettò e costruì per il Magnifico signor Francesco Badoero.

Villa Badoer del Palladio

Si tratta di un vertice nella produzione di Andrea e, dunque, di un capolavoro in assoluto dell’architettura in ogni tempo. Pure, tenue ed evasiva è la sua registrazione nella mappa alla quale in esordio abbiamo dato un’occhiata.

Sebbene aperta alle visite, Villa Badoer viene aggirata dalle comitive, che preferiscono sciamare verso la Rotonda, verso Villa Barbaro a Maser, verso Villa Emo a Fanzolo, verso la Malcontenta. Chi invece, perspicace e attento, la raggiunga, nel momento in cui resterà appagato dall’asserzione, tuttora ben percepibile, di un’innovazione di spazio scaturita da un estro fantastico, innamorato della leggiadria degli Antichi ed impalcata in forme di solenne ma affidabile compostezza, sarà raggelato dalla percezione dei sintomi palesi e minacciosi di un degrado in atto, che tanta bellezza insidia e spinge a rischi irrimediabili.

Origine della Villa

L’esplorazione accanita e paziente dei fondi d’archivio, ci consente di conoscere la circostanze che indussero un raffinato gentiluomo veneziano a farsi erigere una sontuosa residenza nel Polesine. Lontano, e in un sito impervio e pernicioso dallo stagnare largo e ostinato delle acque, liberate dall’irruenza di piene fluviali incontrollabili.

Per giunta, farsela anche progettare da un Palladio, sulla cui paternità dell’opera non vi è dubbio possibile. Non solo perché Andrea stesso perentoriamente la rivendica nel suo trattato dei Quattro Libri dell’Architettura, ma per lo stile inconfondibile.

Sarebbe quì fuori luogo narrare quelle circostanze, anche se suggestive e affascinanti. Ci limiteremo a rammentare un patrizio avventuroso, Giovanfrancesco Loredan, il quale, convinto della redditività della Santa Agricoltura praticabile con particolare vantaggio proprio nei luoghi resi marci e acquitrinosi dall’endemico disordine idrico, previa accorta e tenace operazione di bonifica, compera  nel 1519 dal demanio della Serenissima un paio di migliaia di campi. Terreni ch’erano stati dei duchi di Ferrara, nell’area di Fratta. Il patrizio s’arrangia una villetta presso il paese. Di tanto in tanto la raggiunge per dirigere i lavori di bonifica del latifondo. Lo fa con tale dedizione e fatica, da pagare il suo impegno con la vita, nel novembre del 1531.

Villa Badoer

Dai Loredan ai Badoer

Gli succedettero le figlie. Marietta, Lucrezia, Lucietta. E il figlio, Giorgio, erede universale. Adolescente estroso, animatore delle imprese mirabolanti della Compagnia della Calza degli Accesi, insieme a Francesco Badoer, amico del cuore. Il quale ne sposerà una sorella, Lucietta.

Presto, a 26 anni appena, il 6 ottobre 1539, Giorgio si spegneva, spartendo i propri beni tra Lucrezia e Lucietta. Marietta, lui vivendo, era già stata tacitata. Dunque, pure il fondo polesano fu spartito e, per il vincolo matrimoniale, il Badoer assumerà la porzione spettante alla consorte.

L’altra porzione, per lo stesso motivo, toccherà a Vincenzo Grimani, che porterà alla costruzione della vicina Villa Molin, sempre su idea del Palladio. Villa Molin, sembra oggi in migliore e invidiabile stato di conservazione.

Accantonate le giovanili intemperanze, il Badoer assumerà pubbliche responsabilità. Sarà senatore, capitanio in Bergamo. Si applicherà nel continuare la bonifica delle terre toccategli in sorte, e a renderle fertili.

Villa Molin

Costruzione di Villa Badoer

Decide di stabilirvi una residenza che ospitasse la famiglia, per le volte in cui si desiderava visitare le proprietà. Desidera anche rappresentarne il magnificenza il rango e il ruolo, ricordando per sempre -allusioni e metafore- il sodale della stagione indimenticabile, l’amico perduto, Giorgio Loredan.

Chiama Palladio a realizzare l’impresa. L’architetto, sollecitato dalla singolarità del sito ‘alquanto rilevato‘ sul piatto della campagna e ‘bagnato da un ramo dell’Adige‘ e dall’affiorare di oscure leggende: “ove era un castello di Salinguerra da Este, cognato di Ezzelino da Romano”, sfodera un’exploit tra i suoi più strepitosi e felici.

S’erge sull’alto basamento il prospetto che sulla loggia timpanata di sei colonne ioniche s’incentra. Pronao maestoso che una lenta e larga scala raggiunge; diramando da una pausa a mezza rampa i percorsi che, ridiscendendo, raggiungono le ali, curve e ribassate, di tuscaniche colonne, al corpo dominicale.

L’interno è imperniato su un salone, che tutto lo attraversa, come una sorta di canale ottico verso la retrostante campagna, distribuendo la misura delle salette laterali e condizionando l’assetto delle stanze superiori e dei vani inferiori, così da suggellare un congegno perfetto e ineguagliabile di spazi. Spazi che, nel piano nobile un misterioso pittore, Giallo Fiorentino, decorerà di grottesche, di figurazioni allegoriche e di rappresentazioni istoriali che, in un complesso sistema iconografico -oggi interamente decifrato- offre eloquenza visiva agli intenti di Francesco Badoer. E, tanto, tra gli anni 1556 e 1559 si consuma.

Destino di Villa Badoer

Vincolata da un severo fideicommesso, la vita in Villa Badoer procede sicura, per un buon tratto, nel tempo. Nel Settecento, sulle ali curve verranno innestate le barchesse di cui si è detto.

Poi, nell’Ottocento l’abbandono, l’incuria, i soprusi inenarrabili.

L’acquisterà in anni recenti l’Ente per le Ville Venete, che ne promuoverà il restauro decoroso che gli era possibile. Grazie al quale riemergeranno gli affreschi che, nel frattempo, calce e scialbi avevano coperto e celato.

Passerà quindi in proprietà della Regione Veneto, che a sua volta la cederà alla Provincia di Rovigo, la quale -come già la Regione- non sembra curarsene con lo scrupolo e le attenzioni dovuti. Limitandosi a usarne per le più estemporanee, e spesso impertinenti e oltraggiose, manifestazioni. Insomma, sin qua, per dirla tutta, non se ne cura affatto.

Il degrado di ritorno ha iniziato a corrodere la fabbrica, a minarne la sopravvivenza.

Se ne affievolisce, sulla nostra mappa, il segno. La gente aggira la grande, negletta, malata, Villa Badoer.

Oggi…

Queste brevi pagine, alfine, volevano solo ricordarlo, quel segno. Renderlo nitido. Farlo richiamo.

Vogliono esprimere un invito all’esperienza, consentita malgrado la negligenza, di un’architettura sublime. Nella speranza che la consapevolezza corale della bellezza, e del rischio che la insidia, si possa tradurre in pressione non eludibile, all’inerzia torpida di chi deve provvedere.

Trent’anni dopo, ci uniamo all’intento, riproponendo con il nuovo canale del web, le parole di Lionello Luppi, e invitando i curiosi e gli attenti, a una visita presso Fratta Polesine. Dove si può vedere anche altra bellezza, oltre a Villa Badoer.

Per visite, consultare il sito ufficiale: Aqua-Deltadelpo

Villa Badoer

Villa Molin

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