Santa Maria delle Carceri – Monastero in rovina

12 Gen 2019Architetture0 commenti

In questo articolo comparso nella rivista, nel marzo del 1990, Sileno Salvagnini lanciava la prima denuncia del degrado per oblio, in un monumento architettonico. L’antico monastero di Santa Maria delle Carceri, vicino a Este. Molte altre ne sarebbero seguite, tra le pagine di Veneto ieri, oggi, domani.

L’abbazia in oggetto meriterebbe certamente una trattazione più esaustiva. Ma non era lo scopo di quell’articolo. Con più tempo, e materiale, proveremo in futuro ad integrare questo post.

Santa Maria delle Carceri in oblio

Tra i molti misteri che circondano il patrimonio storico e artistico italiano, uno in particolare ha costantemente impressionato gli studiosi: il pressoché totale oblio e l’ancor più vergognoso abbandono in cui è lasciato uno dei più affascinanti complessi monastici medievali, quello di Santa Maria delle Carceri nei pressi di Este.

Fino al principio del XX° secolo, eruditi e storici non mancarono di segnalarne l’importanza, proponendo interpretazioni talvolta penetranti, talaltra discutibili.

Si ricordano in proposito Agostino Fortunio nella sua storia dei camaldolesi. Il grande Ludovico Muratori, nelle Antichità Estensi e Italiane, e Andrea Gloria con il suo Territorio padovano illustrato. Evidenti le ragioni.

Essendo nata tra XI e XII secolo, quasi sicuramente con l’apporto determinante degli Estensi, Santa Maria delle Carceri ha rappresentato una testimonianza insostituibile del sapere e, più in generale, della storia dal medioevo al rinascimenti.

Anche nel Novecento, perduto il primitivo splendore dopo la soppressione avvenuta nel 1690 (con i ricavati della vendita, Alessandro VII Papa veneziano, finanziò la Serenissima nella guerra d’Oriente), studiosi locali come Angelo Limena e Giuseppe Zattin si sono dedicati al vetusto monumento. Senza apportare tuttavia ulteriori contributi rispetto ai più illustri studiosi del passato.

Soprintendenza e porzioni degradate

Spicca comunque la sproporzione rispetto agli studi effettuati di recente su altri celebri complessi monastici come Nonantola, Pomposa o la vicina Praglia.

Attualmente, ha precisato il parroco don Franco Scarmoncin (in questo XX° secolo gli antichi possessori hanno beneficiato dell’abbazia la parrocchia di Carceri), la Soprintendenza ha stanziato alcune centinaia di milioni [Di Lire. N.d.R.] per riparare il tetto della chiesa seicentesca. Sebbene provvidenziale, una goccia microscopica nel mare delle necessità.

Pochi mesi fa è intanto crollata parte del tetto dell’immenso granaio che all’occorrenza fungeva da foresteria.

Ma tutto il complesso, eccetto forse la biblioteca camaldolese, che ospita affreschi del Fiocco attribuiti al Salviati, è in sfacelo. Il chiostro camaldolese, quanto resta degli splendidi filari di colonnine binate nel chiostrino medievale. L’attigua canonica, dentro la quale i Carminati avevano ricavato i loro appartamenti, ora buia e priva di riscaldamento tranne nella modesta parte riservata al parroco. La torre medievale, cui si accede per la navata destra della chiesa, e che costituisce la zona più antica del monastero.

Epoca d’origine

A quando risale il nucleo originario di Santa Maria delle Carceri? Gli studi, basati sulle ricerche del Brunacci e soprattutto del Muratori (che, per sua esplicita affermazione, non trovò i documenti autentici più antichi, già allora dispersi), parlano di un lascito fatto al monastero nel 1107 o 1117 dall’estense Arrigo il Nero, figlio di Guelfo IV.

Ciò lasciava supporre origini ancor più lontane.

Supposizione confermata in questi ultimi anni dai documenti che l’Archivio di Stato di Padova ha acquistato da privati.

Oltre a 25 pergamene che vanno dal principio del Duecento fino al Cinquecento, è consultabile un cartaceo (copia del sei-settecentesca, a giudicare dalla scrittura) con i possedimenti del monastero dal XI al XIV secolo.

Vi sono elencati lasciti o acquisizioni di Santa Maria delle Carceri fin dal 1078.

Poiché sono almeno una mezza dozzina quelli anteriori al 1100, quantunque si tratti una copia è difficile ritenere siano tutti dovuti a errori di trascrizione.

Opere d’arte interne

Come per la storia, così per gli affreschi, tanto medievali che cinquecenteschi, sarebbero necessarie ulteriori indagini.

Proprio gli affreschi più antichi risultano anzi meno studiati.

Per essi gli storici locali hanno parlato di XIII secolo, salvo l’Annunciazione (che anche per un profano risulta essere di altra mano e di epoca successiva), ritenuta più recente.

Senza voler fare gli storici ornati di sicurezza, ciò non convince.

Osservando i tratti dei volti, i nimbi e specialmente il modo di rendere barbe e capelli nella discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e sulla Madonna, si può pensare a uno che avesse visto qualche post-giottesco dei primi decenni del ‘300. O addirittura lavori di Giusto de’ Menabuoi.

Più difficile datare l’Annunciazione, in alcune parti di qualità più elevata che i rimanenti affreschi.

La volumetria dei corpi, i colori quasi ‘tonali‘ dell’angelo, le aureole in prospettiva, lo scorcio culminante nel giardino che si vede attraverso la bifora, parlano di uno o più pittori di alcuni decenni dopo.

Naturalmente vi compaiono anche elementi arcaici. Una vaga memoria del Guariento nelle ali dell’angelo, certa sproporzione fra personaggi e strutture architettoniche, lo schematismo degli alberi.

Ma questo era tipico di molti artisti religiosi. Si pensi al caso ben maggiore dell’Angelico che, pur conoscendo le regole della prospettiva, non disdegnava l’utilizzo di motivi popolareschi medievali.

Oggi…

È passato molto tempo, dall’ultima volta che vedemmo Santa Maria delle Carceri. Non possiamo dire in quali condizioni versi oggi. Ma quando la vedemmo, circa dieci anni fa, non era cambiata molto, rispetto alla triste descrizione fatta dal Salvagnini.

Santa Maria delle Carceri

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