Palazzo Zenobio degli Armeni a Venezia

30 Nov 2018Architetture0 commenti

Palazzo Zenobio non è certamente una delle destinazioni più frequenti per i turisti che si recano a Venezia. È una di quelle perle estranee al turismo di massa, e dai suoi percorsi abituali e ripetitivi.

In questo articolo scritto da Martina Frank nella rivista del febbraio 1990, 

Verso Palazzo Zenobio

Immaginiamo un turista che, appena conclusa la visita alle Gallerie dell’Accademia, sia sospinto lungo un percorso tra i più ovvi e obbligati della città; quello che attraverso il ponte delle Meravegie, la Toletta e San Barnaba conduce a Santa Margherita.

Supponiamo che, né sprovveduto né conformista, quale cerchiamo di immaginarlo, giunto nel grande campo non si affretti a destra verso i Frari e l’Assunta del Tiziano, ma a sinistra verso i Tiepolo della Scuola e il Letto e il Cima da Conegliano della Chiesa dei Carmini.

Poniamo ancora che, con la chiesa alle spalle, si renda conto che non è nemmeno il caso di tentare una sosta al palazzo Foscarini, deformato a condominio, e al palazzo Vendramin, degradato a mobilificio.

Piegherà quindi ancora a sinistra per la fondamenta del Soccorso, alla ricerca di Veronese e Guardi, ospitati da San Sebastiano e dall’Angelo Raffaele.

…e arrivo

Ed ecco che, malgrado questa sua nuova determinazione, giunto nemmeno a metà fondamenta il nostro turista si arresta davanti all’imponente facciata del Collegio Armeno, uno dei cui portoni semi-aperti inviterebbe a entrare.

“…in faccia al di là del rio, n. 2593, palazzo Zenobio, dal 1850 Collegio Armeno dei PP. Mechitaristi. Solida e ricca costruzione…”

così, al principio, la descrizione che Giulio Lorenzetti dedica al nostro palazzo, costruito verso il 1680 da Antonio Gaspari, allievo, collaboratore e spesso continuatore delle opere di Baldassare Longhena.

L’impatto

Il fatto si è, che già nella imperiosa e perentoria mole della facciata, il palazzo lascia avvertire un carattere poco veneziano.
È insolito infatti, il timpano curvilineo centrale che originariamente sosteneva lo stemma di famiglia (oggi trasferito in giardino), in combinazione con la lunga serie di finestre percorsa dal balcone.

Se l’esterno colpisce per chiarezza e dimensioni, il piano terreno, al contrario, piuttosto basso e buio, non mantiene quella promessa di monumentalità che la facciata pareva annunciare.

Ancora meno monumentale è la scala d’accesso al piano nobile. Tanto più forte è dunque la sorpresa, che si impone all’ingresso della grande sala da ballo.

Vi si accede da un piccolo portego attraverso un arco trionfale.

Nella sala non si ritrovano affatto le dimensioni di quel che comunemente si definisce ‘portego veneziano’.

Qui le proporzioni sono equilibrate, si può lasciar vagare lo sguardo ugualmente a destra e a sinistra, e soprattutto spaziare verso l’alto, perché la sala comprende due piani e termina proprio lì dove sulla facciata si trova il timpano.

Affreschi e stucchi

Agli affreschi, stucchi e specchi, spetta il compito di arricchire l’armonia delle dimensioni con l’armonia dei colori.

Gli affreschi sono opera di un artista di origine francese, ma come gli Zenobio, residente a Verona, Ludovico Dorigny.

In stretta collaborazione con un quadraturista, egli realizza un ambiente di tipo bolognese nel quale si snoda un programma iconografico destinato a illustrare le virtù e le glorie che i committenti si attribuivano.

Sul soffitto sono rappresentati l’Aurora e il Crepuscolo. La zona sottostante, che le finte architetture fanno apparire assai più ampia, è popolata da ‘ignudi’ che reggono ghirlande di fiori.

Ancora più giù, all’altezza del balcone per l’orchestra, troneggiano figure delle Muse (ma si nota anche quella del buffone di corte).

Nella zona inferiore, dove l’illusione ottica è affidata agli specchi, le porte sono sormontate da bellissimi stucchi di Abbondio Stazio i cui tondi dorati descrivono scene mitologiche che hanno per protagonista il Dio Apollo.

Completano questo programma di orgoglio e fierezza patrizia, i tre quadri sul soffitto del portego nei quali possiamo distinguere le allegorie di Prudenza, Ragione, Fama, Merito, Giustizia e Nobiltà, nonché la vittoria della Virtù sull’Arroganza.

Ancora nel portego meritano attenzione i tre paesaggi del Carlevarijs (che sarà detto, appunto, Luca di Cà Zenobio), come anche gli stucchi e le pitture di varie altre sale, e il giardino, chiuso da un padiglione in stile neoclassico di Tommaso Temanza.

Committenti: gli Zenobio

Ma chi erano quei committenti così decisi a rompere con la tradizione veneziana e a introdurre nella capitale nuove tipologie e nuovi artisti, creando con la loro sala uno spazio, che sarà da una parte uno dei luoghi della musica veneziana, per la disposizione delle orchestre che consentiva una sorta di dialogare ad antifona tra i musicanti, e dall’altra servirà decenni più tardi quale modello per la assai più famosa sala di Cà Rezzonico?

Gli Zenobio, la cui ricchezza nel diciottesimo secolo era divenuta proverbiale, erano originariamente mercanti di spezie a Verona. Arricchitisi anche attraverso un oculato sfruttamento di possedimenti terrieri. Essi approfittarono come molti altri cittadini della terraferma veneziana, delle difficoltà finanziarie della Repubblica in seguito alla Guerra di Candia: difficoltà che spinsero all’apertura del cosiddetto Libro d’Oro, serrato fin dal 1297, nel quale erano registrati tutti i nobiluomini della Serenissima.

Dal 1646 in poi era divenuto possibile acquistare con la cospicua somma di 100.000 ducati, il titolo nobiliare, il cui possesso condizionava l’accesso alle cariche pubbliche importanti.

Chi dopo l’esborso non avesse esaurito i forzieri di famiglia, costruiva un palazzo a Venezia.

E così fecero i ricchissimi Zenobio.

Una possibilità…

Ora, se è certo che la visita a palazzo Zenobio non offre la méta di un capolavoro capace di entrare in concorrenza con le altre opere, disseminate lungo i percorsi delle visite prescritte, è anche vero che essa consente in qualche modo di lanciare uno sguardo privilegiato sulla storia e sulla cultura della Venezia barocca.

Si tratta infatti di uno dei rari palazzi che, rimanendo aperti al pubblico, infrangono la regola rigorosa delle porte sbarrate, la quale fa sì che tanti incontri insospettati rimangano, in realtà, a Venezia, incontri mancati.

Palazzo Zenobio

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