Chiesa agli Eremitani a Padova

28 Nov 2018Architetture0 commenti

Introduzione

Questo post sulla Chiesa agli Eremitani è tratto da un articolo della rivista, nel suo secondo numero. Febbraio 1990, firmato da Sileno Salvagnini.

Anche in questo caso è interessante il confronto tra la ‘fotografia’ fatta circa trent’anni fa dal Salvagnini, con la situazione attuale. Per chi non fosse di Padova, infatti, è utile segnalare che ormai da svariati anni, la zona attigua la chiesa agli Eremitani è stata chiusa al traffico.

A nord della chiesa c’è l’Arena romana (quel che ne rimane…), a sud c’è la strada/piazza Eremitani, un tempo aperta al traffico motorizzato, oggi riservata a cicli e pedoni.

Da padovani e da cittadini, siamo favorevoli alla pedonalizzazione dei centri storici. Difficile comprendere l’ottusità di quei commercianti, sempre contrari. All’epoca della prima chiusura ai motori nel nucleo del centro storico di Padova, zona Municipio, ci fu una levata di scudi da parte dei commercianti, assolutamente contrari.

Saremmo curiosi di chiedere loro, oggi, come reagirebbero all’operazione opposta.

La zona della Chiesa agli Eremitani è stata resa pedonale, solo in anni più recenti, rispetto al Municipio. Riteniamo che lo scorcio offerto ai passanti, dal fianco sud dell’edificio, sia davvero incantevole. Il fascino unico della trama in mattoni, resi nobili dalla patina del tempo. Gli elementi architettonici che danno movimento all’insieme. Gli alberi secolari, che a sud le danno ombra in estate, e refrigerio ai visitatori.

Tuttavia, nel 1990 vi transitavano ancora auto e mezzi a motore in genere. Con tutte le conseguenze. Quanto segue è la denuncia del Salvagnini, fatta allora nelle pagine di Veneto ieri, oggi, domani.

Un piccolo intervento…

Poco tempo fa [si era nel 1990] è avvenuto un prodigio sul genere di quelli che raccontano le chronicae medievali: il ripristino, nel giro di un paio di settimane, della testa di una statua che orna l’architrave del portale meridionale della chiesa agli Eremitani a Padova.

Il merito spetta al parroco, don Luigi Longo [1990], sulle cui spalle è gravato il non facile problema del restauro di questo mirabile portale quattrocentesco, in stato di avanzato degrado.

“Abbiamo portato a felice compimento l’operazione ‘testa’ a fin di bene; affidando il lavoro a uno scalpellino settantacinquenne, il quale ha ben presto pensato di attaccarne una simile con la colla, saltando le pastoie burocratiche della Soprintendenza. Speravamo che quest’ultima non se ne accorgesse, invece fatalità ha voluto che durante il ‘restauro’ capitasse un ispettore!”, ha concluso con un sorriso, tra il compiaciuto e il preoccupato.

Fatalità un piffero. Il don, nella sua serenità non aveva nemmeno pensato alla tipica cattiveria interiore, anche di una sola persona tra tante, sufficiente per fare una telefonata anonima alla Soprintendenza, ai vigili, o a chicchessia.

Sponsor politico-istituzionali

Quest’episodio, degno delle più gustose pagine del Mirabilia Urbis di Cederna, autorizza la domanda se qualcosa si stia muovendo sul fronte del restauro (quello autentico) del portale.

Pare che l’anno scorso uno sponsor ne abbia deciso il finanziamento. Lo sponsor dovrebbe essere la Società Autostrade Padova Brescia, presieduta da Franco Frigo [1990], che è anche Presidente della Provincia di Padova.

Una scelta che induce a qualche riflessione.

Al di là dei mancati interventi per molti decenni, il caso del portale degli Eremitani, insomma, dice altro.

Premesse per…

Pur essendo d’accordo col Puppi, che nella sua fondamentale monografia del 1970 sulla chiesa agli Eremitani, scritta in collaborazione con Sergio Bettini, indicava nei politici i principali responsabili del disinteresse per il decadimento dei monumenti, oltre che nei tecnici delle stesse Soprintendenze. In questo caso specifico riteniamo che la responsabilità vada attribuita anche agli stessi storici dell’arte.

Quando infatti si legge che:

“Mentre la decorazione a fresco illustra, nella chiesa degli Eremitani, le tappe importanti della pittura padovana tra Medioevo e Umanesimo, al contrario gli apparati plastici hanno il carattere di eventi episodici, non riconducibili a una coerente parabola della dialettica storica”

oppure, a proposito dei rilievi del portale in oggetto, che:

“Anacronistico ormai, vi appare il tema delle sottili fasce esterne coi riquadri dei Mesi” (da: Paolo Carpeggiani, ‘Gli Eremitani’; in AA.VV., Padova. Basiliche e chiese, a cura di Claudio Bellinati e Lionello Puppi, Neri Pozza, Vicenza, 1975), nasce legittimamente un sospetto.

… un sospetto

Il sospetto, è che l’oblio in cui è sprofondata l’opera di Niccolò Baroncelli sia dipeso dal suo gusto, goticheggiante e popolaresco: il gusto toscano, notoriamente, non vincente.

Certo, non si vuole qui sfornare dei giudizi di valore: poiché, in una chiesa dove la pittura vanta nomi del calibro di Guariento, Giusto, Altichiero e Mantegna, la partita sarebbe persa in partenza.

Quantunque, per altro, l’Arcangelo Gabriele e la Madonna Annunziata che sormontano i pilastri del portale, non siano privi di un’armonia compositiva tale da avvicinarli alle dolci figurazioni di Filippo Lippi, attivo a Padova proprio in quegli anni (come riconosceva il Lorenzoni all’inizio degli anni ‘60 del ‘900; il solo che si sia avvicinato all’opera del Baroncelli con spirito critico sereno e non viziato da ‘segreti’ codici di riferimento classico).

Baroncelli

È stata Erice Rigoni, studiosa vissuta per molti anni in riserbo, a scrivere le pagine filologiche fondamentali sul Baroncelli a Padova, come ha riconosciuto il Fiocco presentandone il volume sull’arte padovana rinascimentale, edito nel 1970.

La quale Rigoni, in Il soggiorno in Padova di Niccolò Baroncelli, per la prima volta ha dimostrato che l’artista toscano, fino ad allora studiato in relazione ai lavori compiuti a Ferrara per gli Estensi, si trovava senza ombra di dubbio a Padova il 27 settembre 1434.

La prima commissione padovana di rilievo di cui la Rigoni è riuscita a trovar traccia, risale al 1436. Si tratta del monumento sepolcrale al celebre medico padovano Galeazzo Santa Sofia, per il quale il Baroncelli, ricordato dal contratto come ‘lapicida et pictor’, avrebbe dovuto scolpire dieci statue in pietra di Nanto.

Purtroppo non ne è rimasta alcuna traccia.

Come non è rimasto nulla di un altro monumento funerario agli Eremitani, per il quale Battista Sanguinacci ha chiesto al Baroncelli il 27 gennaio 1440 che venisse progettato:

“…con 18 angeli, un Dio Padre, due angeli in forma d’Annunciazione ad entrambi i lati del sepolcro, una Madonna seduta col Figlio in braccio, due santi ai lati che la fiancheggiano e l’immagine del committente inginocchiato”.

I siòri i gà el paradiso de quà, e parte de’à i se o compra… (proverbi veneti)

Portale sud

L’unica opera che rimane, se si escludono i due tondi nella chiesa del Santo e una terracotta policroma al Museo Civico, non del tutto sicuri per ciò che riguarda l’attribuzione è, appunto, il portale sud della chiesa agli Eremitani, da Adolfo Venturi erroneamente attribuito a Giovanni Nani.

Nell’architrave si legge tuttora il nome della committente:

“HOC OPUS DOMINA ANGNES DICTA / ALBA FIERI FECIT PRO ANIMA SUA / MCCCCXXXXII”

(Agnese detta Alba, fece fare quest’opera per l’anima sua, 1442)

Agnese, vedova del notaio Dionisio da Montona, che aveva lasciato un legato di cinquanta ducati d’oro nel 1440 per la fabbrica dell’infermeria dei Frati Eremitani, l’anno successivo cambiò testamento incaricando “magistro Nicolao de Florentia pictore et lapicida” di eseguire il portale.

I Mesi del portale

Non si sa chi abbia suggerito il tema iconografico dei Mesi al Baroncelli. Di quei Mesi ora [1990] mancano Gennaio a Dicembre, corrosi dallo smog e resi friabili dagli scuotimenti. Mentre l’intero sistema decorativo è compromesso.

Forse lo scultore ripeteva un disegno trecentesco, come suggerito dal Bettini e dal Puppi. Un disegno al cui gusto, paradossalmente, è forse prossimo il ‘magister lapidum’ d’oggidì.

Chiesa agli Eremitani

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