Certosa di Vigodarzere opera di Andrea Moroni

13 Nov 2018Architetture0 commenti

La Certosa di Vigodarzere era una delle passeggiate a piedi più frequenti, con il gruppo scout della fanciullezza. Un luogo che non abbiamo conosciuto con la consueta Rivista. All’epoca correva voce che con quella quinta spettrale, ci avessero girato un film. Voce mai confermata.

Di spettrale in realtà c’era solo il portale d’ingresso verso l’argine del fiume Brenta, che scorre a pochi passi. Era proprio lungo quell’argine che ci si arrivava dalla parrocchia di partenza, dopo cinque chilometri e mezzo. A dare quell’aspetto sinistro al portale, oltre allo stato di abbandono e l’abbondanza di vegetazione spontanea, era la presenza di un grande albero molto vicino alla struttura. Un albero morto, secco, bianco. Tutti quei rami spogli come uno scheletro, che si allungavano in ogni direzione.

Non era difficile immaginarvi qualche macabra scena da film. Bastava pensare alla classica notte buia e tempestosa.

Portale a parte, la Certosa di Vigodarzere era un’altra di quelle architetture classificabili nella categoria ‘Veneto in abbandono’. Non ne conosciamo lo stato attuale ma, nel 1990 Alberto Passi ne scrisse quanto segue.

Introduzione

La Certosa di Vigodarzere non è una casa: è un convento. Una Certosa del 1500. Le mura antiche, ancora ben solide, la luce tra i chiostri, i cortili, la chiesa, le sale, i granai, le scale. Ogni cosa trasuda semplicità e grandiosità, e s’accorda come per incanto con la natura profonda dell’essere umano, povero e ricco allo stesso tempo.

Subito, entrandoci, viene voglia di restarci, di viverci; vagando al suo interno l’intelligenza ci sorprende a ogni scorcio.

Venne commissionata grazie ai fondi di un lascito del Vescovo di Padova, Pietro Donà e il progetto fu affidato ad Andrea Moroni e poi ad Andrea Della Valle, massimi esponenti dell’architettura padovana dell’epoca.

La Certosa di Vigodarzere non è una casa: è un convento. Una Certosa del 1500. Le mura antiche, ancora ben solide, la luce tra i chiostri, i cortili, la chiesa, le sale, i granai, le scale. Ogni cosa trasuda semplicità e grandiosità, e s’accorda come per incanto con la natura profonda dell’essere umano, povero e ricco allo stesso tempo.

Subito, entrandoci, viene voglia di restarci, di viverci; vagando al suo interno l’intelligenza ci sorprende a ogni scorcio.

Venne commissionata grazie ai fondi di un lascito del Vescovo di Padova, Pietro Donà e il progetto fu affidato ad Andrea Moroni e poi ad Andrea Della Valle, massimi esponenti dell’architettura padovana dell’epoca.

S’era circa al tempo della Lega di Cambrai (1508-1509), Padova viveva un periodo di grande splendore.

Già porto del sale di Venezia, della Serenissima Repubblica era anche baluardo militare e si andavano edificando in quegli anni le nuove mura della città.

Ai fermenti architettonici, artistici ed economici, corrispondeva un grande e particolare fervore religioso: fioriva l’era antoniana.

L’epoca

La scelta di edificare una Certosa (il lascito di Pietro Donà era vincolato alla costruzione di un edificio religioso) è l’indizio, proprio per il particolare ruolo che le certose d’Europa avevano a quel tempo, della centralità e allo stesso tempo della vocazione internazionale di una città in grande espansione.

Fu costruita sulla rive del Brenta, fiume ricco di traffici e architetture, e l’opera rimase comunque incompleta nella parte delle celle adibite a dimora dei frati.

Verso la seconda metà del ‘700, soppresso il monastero dalla Repubblica di Venezia, la Certosa di Vigodarzere fu acquistata da un greco ortodosso, Lambro Maruzzi, veneziano, al quale s’intitola ancora oggi in Venezia una calle.

Ma forse in realtà, gli occhi sull’edificio li aveva messi Marco De Zigno, antenato degli attuali proprietari, che del Maruzzi s’era servito come prestanome in quanto appunto ortodosso e non cattolico come lui, visto che gli edifici religiosi, pur soppressi, ai cattolici non potevano essere venduti.

Uso nel tempo

Il De Zigno, della Certosa fece ben presto una filanda. Avveniristica maniera di concepire una nuova destinazione d’uso a un simile edificio. Legarne il mantenimento oneroso a un’economia di scala ben radicata alla tradizione locale, quella dell’allevamento del baco da seta.

Il Benetton ante litteram (il re del casual ha fatto in Ponzano un’operazione dello stesso genere nella sua seicentesca centrale operativa) consente per più di mezzo secolo alla Certosa di mantenere il suo originale splendore.

Ma nell’800 il muliebre amor potè più del ragionamento. L’avvento della gentil dama Mary Maguire, sposa a un De Zigno, trasformò la Certosa -non senza scozzese coraggio e anglosassone arguzia- nella propria dimora e salotto letterario.

S’era ai tempi del bel gruppo che garantiva intorno al Foscolo e a Venezia riceveva Isabella Teodica Albrizzi. Anche la Meguire amava aprire la sua casa, e alla Certosa di Vigodarzere si recava persino Lord Byron.

Così trasformato in villa, l’edificio è giunto fino a noi. Da monastero a fabbrica, a casa di campagna. La Certosa di Vigodarzere preparava agli eredi i guai dei nostri giorni. Cerchiamo di capire perché.

Le Certose

Le Certose erano progettate e costruite per poter sviluppare nel proprio interno e all’esterno le valenze proprie e tipiche dei monaci certosini. C’era la campagna e dunque tutte le pertinenze agricole; importante per l’epoca era il ruolo che le Certose d’Europa, in quanto tutte collegata tra loro, svolgevano in termini di scambio transterritoriale e dunque v’era tutta la parte adibita a foresteria. C’era poi la vita religiosa dei monaci, e dunque la chiesa, le celle, gli spazi per la meditazione.

Ridotta alla sola funzione di casa, di villa di campagna, la Certosa di Vigodarzere ha perduto con il passare degli anni, il dinamismo che le era proprio.

La perdita di memoria del proprio ruolo l’ha vista gradualmente, ma inesorabilmente, immiserirsi e decadere.

Passato recente

La breve storia più recente è presto detta.

Una De Zigno porta la Certosa di Vigodarzere in dote ai Passi. Nobile famiglia bergamasca e quindi, veneziana. Si narra di una giovane sposa e madre che sognò, abitando fra quelle mura, i suoi cinque figli strepitare gaiamente in banda e crescere nella gloria di Dio e nella gioia di tanta bellezza, purezza, e solitudine.

Ma ha dovuto rinunciare al progetto emigrando ben presto al seguito dello sposo che mal sopportava l’isolamento del luogo. Altri ha frequentato la Certosa sognandovi una fervida fucina di opere artistiche da introdurvi e fare.

Purtroppo, una catena di illusioni, poi l’abbandono per molti decenni. Nella Certosa, ora, ci vive una ragazza [l’articolo risale al 1990, ndr]. Poco più di vent’anni, bella, colta e testarda, sangue veneto, russo e toscano. Anche lei della Certosa, come tutti, s’è innamorata e s’adopera.

Ci vive, ci lavora e progetta, dividendo il suo tempo tra l’università, la campagna e le pubbliche relazioni.

Accampata nel monastero -a vent’anni si può ben fare- la giovane, al secolo Ludovica Passi, vi era giunta in pellegrinaggio ozioso per starci dieci giorni: c’è invece rimasta, e oramai son passati tre anni.

La campagna già rende di più e tutti i contatti utili sono stati presi, i sopralluoghi fatti, le relazioni scritte, e nella loro scìa la carica di consigliere dell’Associazione Dimore Storiche del Veneto.

L’erede Passi nel 1990

È lei a parlarci dei progetti, delle idee, delle speranze cui intende dar sèguito per riportare la Certosa allo splendore di un tempo.

“Il progetto al quale stiamo lavorando ha preso le mosse dalla particolare architettura del complesso, così concepito per il ruolo speciale nel mondo d’allora. Si tratta di riappropriarsi e di ripercorrere con coerenza le tre finalità dei monaci: agricoltura, ospitalità, spiritualità; intesa quest’ultima come vita interna al monastero-casa. Se insomma l’architettura delle certose nasce per rispondere a queste esigenze, si tratta allora di individuare quel qualcosa di articolato e allo stesso tempo omogeneo che leghi nuovamente mura, caseggiati, cortili, chiostri, chiesa, granai, cantine, alla vita economica e sociale del nostro tempo.

Un ruolo attivo e funzionale che veda l’edificio ben inserito nella vita di Padova, del Veneto e persino dell’Europa, perché questa era la vocazione delle certose.

I quadri di tutte le certose esistenti conservati in quella madre di Notre Dame de Press di Grenoble tra cui c’è anche quella di Vigodarzere, testimoniano di come questi edifici fossero tra di loro collegati e, filtrando la vita sociale dell’area di loro influenza, svolgessero ruolo attivo di scambio in tutto il continente.

Il messaggio, nell’era del computer e dei satelliti [nel 1990, non esistevano ancora i cellulari, né internet, per la massa. N.d.R.], va ovviamente letto in modo differente; ciò non toglie che, qualunque progetto per una destinazione d’uso moderna non possa che essere incentrato sull’edificio e sulle sue antiche valenze.

Non solo, ma un ruolo dinamico della Certosa restituita alle sue antiche vocazioni, sarebbe perfettamente omogeneo e coerente anche con il territorio circostante, il bacino del Brenta in primis, e i progetti che lo attendono.

Le ricerche storiche e architettoniche sono state necessarie per far sì che il progetto di recupero dell’intero complesso non rischiasse di comprometterne la bellezza, ma piuttosto ne rispettasse i pregi, le funzioni.

Importante è anche un’attenta ricerca di mercato. Il De Zigno che l’acquistò aveva operato bene: aveva mantenuto con la filanda un’economia interna all’edificio, rendendone dinamica la presenza rispetto all’area circostante. Granaglie, bachi, tabacco, hanno occupato in epoche successive le migliaia di metri quadri del complesso; cultura, turismo, servizi e, perché no, forse ancora l’agricoltura, sembrano voler rilanciare la Certosa nella vita attuale restituendole lo splendore e la dignità che le sono propri e dovuti.

Infine, non vanno dimenticate le leggi vigenti che comunque contribuiscono utilmente alla salvaguardia del patrimonio. Notevole è stato in questi anni il risveglio di interesse degli enti pubblici che si sono resi disponibili a valutare con la Certosa una formula di utilizzo pubblico-privato.

I benefici della 449, la legge che prevede contributi a fondo perduto per il restauro statico e conservativo, sono già realtà, ed inoltre, la Certosa di Vigodarzere, è stata inserita nell’elenco delle Memorabilia del Ministero per i Beni Ambientali; elenco che riguarda le strutture architettoniche da tenere in considerazione in modo prioritario in un più ampio disegno di recupero a livello europeo.”.

Si combatte insomma contro il tempo (o i tempi). Qualche pezzetto di mattone si sgretola ancora, l’erba si infiltra tra le pietre, muschi, licheni e umidità fanno il resto.

Ludovica, fata turchina dalle bionde chiome, non ha la bacchetta magica, ma solo la testa dura e si fa, a poco a poco, amazzone. Per cui grazie a lei la Certosa di Vigodarzere, tornerà forse presto a fiorire.

Anni 2000

In realtà, nel 2011, Ludovica Passi e la sorella Maddalena avevano avviato un progetto che prevedeva la costruzione -vicino alla Certosa- di 100 (cento) ville. L’idea che giustificava tale richiesta all’amministrazione comunale, era di recuperare l’ex monastero con il ricavato della speculazione immobiliare. Il Comune rispose di no. Le proprietarie inoltrarono quindi la richiesta alla Regione Veneto. Fonte: mattino di Padova.

Con una semplice ‘googolata‘ non abbiamo trovato altre informazioni più recenti, sullo sviluppo di tale progetto. E, approfondire, esula certamente dalle finalità di questo post.

Certosa di Vigodarzere

Condividi…

Iscriviti allaNewsletter

Iscriviti allaNewsletter

Inserito nella mailing list, riceverai le nuove pubblicazioni di Veneto da Vedere.

La tua iscrizione è andata a buon fine

Pin It on Pinterest

Share This